mercoledì 30 maggio 2007

....... E DOMANI A MOSCA IL GAYPRIDE CI RIPROVA

Approfittando della copertura mediatica internazionale, dell'attenzione diplomatica, della Politica Europea e del mondo intero, domani a Mosca sfileranno ancora per i diritti degli omosessuali (che a questo punto sono diventati, più in generale, il diritto democratico di libera espressione e il diritto di libero pensiero). "Ci sono elementi per pensare che il clima ora possa essere diverso", affermano gli organizzatori. Certo è che questo nuovo guaio per Putin e per la Russia non ci voleva, essendo l'ex impero sovietico sotto la pressante richiesta dell'occidente di garantire libertà, diritti umani e regime democratico. Non sono ancora state dimenticate, e anzi continuano a montare le polemiche, per le centinaia di giornalisti russi o dell'area russa "suicidati" dal 1994 ad oggi. Quella del giornalismo russo dev'essere una categoria a forte "rischio depressione".

LE RISSE POLITICHE SONO LE UNICHE COSE DAVVERO BIPARTISAN NEL NOSTRO PAESE

martedì 29 maggio 2007

Quanto è lontana la Francia, la Spagna, l'Inghilterra! Quanto è lontana l'Europa!
rispetto a questa Italia dove congenitamente nel non-dibattito politico non si riesce a parlare di contenuti, di temi e progetti politici. Sacrificandoli alle urla, alle risse, alla difesa di una fazione e del potere comunque sia.


Non ci occuperemo ora, e il lettore ci scuserà, delle elezioni amministrative appena conclusesi. Chè ci sembra prematura, nel momento in cui scriviamo, qualsiasi analisi definitiva o provvisoria che sia. E tantomeno ci uniremo al circo delle dichiarazioni di politici e politicanti, tanto prevedibili quanto francamente nauseanti nella loro scontatezza e inutilità.

Ci interessa invece riprendere una dichiarazione che, ce lo consentirete, chiameremo col suo nome: “allarmismo provinciale e paesano”.

La dichiarazione è di tre giorni fa: «Viviamo in uno dei momenti più foschi della vita del nostro Paese, in cui pare non esservi più alcun rispetto delle regole fondamentali della democrazia». Lo afferma in una nota il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi, che accusa il premier di aver violato la regola del silenzio pre-voto e chiede al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, un «intervento di garanzia».

«Quando il capo del governo - sottolinea il dirigente azzurro - infrange in modo consapevole e premeditato il silenzio pre-elettorale e quando il servizio pubblico televisivo riduce al silenzio la doverosa protesta dell'opposizione, vuol dire che non vi è più in questo Paese alcuna tutela dei diritti democratici, se non, in ultimo, nel ruolo di suprema garanzia dei vertici delle istituzioni e del capo dello Stato»

Bondi si riferisce alle parole pronunciate da Romano Prodi a poche ore dal voto, Sabato 26 maggio, in occasione del suo intervento alla Conferenza nazionale della famiglia, a Firenze. Prodi aveva detto che «i due terzi dell'extragettito saranno destinati, prima della Finanziaria, alla spesa a favore di pensionati e famiglie numerose».

Per quel che conta la nostra opinione, viene da dire che il Premier non ha fatto altro che ribadire un'affermazione già fatta pochi giorni prima in occasione della conferenza stampa sull'ultimo anno di governo. Ma evitare polemiche inutili e strumentali non sembra uno sport molto praticato nel nostro paese.

Tuttavia, francamente, ci saremmo meravigliati se il premier, alla conferenza sulla famiglia, anziché delineare un progetto politico ed economico che riguarda proprio la famiglia, avesse parlato, che so, del suicidio del Ministro dell'agricoltura in Giappone?

E' sintomatico, in proposito, riesumare un articolo di Repubblica del 12 giugno 2004.

Alle 18 di quel giorno, nel seggio in cui votava, Silvio Berlusconi si era prodotto in un vero e proprio comizio elettorale. E sulle polemiche scaturite ebbe a dire “ho letto i
giornali italiani e le polemiche e, lasciatemelo dire, si è toccato il massimo della cialtroneria
".

Ecco l'articolo di Repubblica del 12 giugno 2004:

MILANO - Un mini-comizio, al seggio, a campagna elettorale rigorosamente chiusa. Silvio Berlusconi rompe il silenzio imposto dalla legge (numero 212 del 4/4/1956) e davanti alla scuola Dante Alighieri di Milano, dov'è il suo seggio, parla diffusamente davanti ai cittadini sia all'ingresso sia dopo aver votato. E' accaduto intorno alle 18, quando il presidente del Consiglio si è soffermato a rispondere ai giornalisti che lo aspettavano, ed ha dispensato indicazioni di voto. "Non votate per i partiti piccoli o piccolissimi", "supereremo il 25 per cento", "la sinistra è impossibilitata a governare": queste alcune delle affermazioni del premier.
"So perfettamente per chi votare - ha detto il presidente del Consiglio al suo ingresso nella scuola -, voto per un partito liberale ed anticomunista". Berlusconi si è definito "un inguaribile ottimista", ha affermato con certezza che "Forza Italia supererà il 25 per cento" e che la sconfitta "è praticamente impossibile". Ma con una raccomandazione: "Non votate per i partiti piccoli o piccolissimi - ha aggiunto -, che possono portare a Bruxelles pochi deputati".
Il presidente del Consiglio ha fatto anche qualche accenno alla vicenda della liberazione degli ostaggi, "tornato da New York - ha detto - ho letto i giornali italiani e le polemiche e, lasciatemelo dire, si è toccato il massimo della cialtroneria".
Poi, è tornato a parlare della consultazione elettorale. "La sinistra - ha detto - si è dichiarata palesemente impossibilitata a governare. Perché metà della sinistra è sedicente riformista, l'altra metà assolutamente oltranzista, radicale, anticapitalista, antioccidentale, anti-Europa. Con una sinistra così - ha aggiunto il premier - l'Italia non può andare da nessuna parte".
"Domani sera - ha detto il premier - resterò a casa, non seguirò i risultati, anzi andrò a dormire, perché ne ho bisogno. Vedrò i risultati la mattina successiva - ha concluso -, non mi consegnerò alle chiacchiere televisive e radiofoniche dei mestieranti della politica".

Chavez chiude Tv Caracas, contraria al suo regime. Era in onda da 53 anni

domenica 27 maggio 2007

In Venezuela la dittatura chavista avanza.

"Non abbandonateci", in lacrime giornalisti, tecnici, attori e maestranze della Tv più antica del Venezuela, in onda dal 1954 e ora in opposizione al regime. Chiude perchè Chavez non rinnova la licenza.

Caracas (Venezuela) - 27 maggio 2007

Pensavamo di esserci abituati a tutto e a non aspettarci più niente (tranne le guerre e la violenza privata naturalmente, perchè si sa, la creatività non conosce limiti) in questo mondo mal globalizzato, e tuttavia “ordinatamente e mediaticamente” assestato nei suoi confini politici così ben definiti? A dittature che fanno scempio dei diritti umani e a cui vengono assegnate la presidenza Onu, guarda caso, proprio per i diritti umani? A Paesi famosi per il dumping nei mercati, le contraffazioni dei prodotti e che producono senza alcuna regola e senza alcuna tutela, e che poi entrano nel WTO (Organizzazione mondiale del commercio)? A Capi di Stato e di Governo che compiono genocidi nel silenzio dell'Unione Europea e che, anzi, da qualcuno vengono considerati “esagerazioni della stampa”?

No. Non ci eravamo abituati.
E infatti la non
-abitudine non ci ha deluso.

Radio Caracas Tv deve chiudere. Anzi chiude. Ha la colpa di essere un canale televisivo inviso al regime di Chavez. Sempre più vicino al modello castrista cubano.

Tutto legale, per carità. Infatti è il governo che rinnova le concessioni televisive, e il governo del Venezuela ha deciso di non concederla. Dopo una storia televisiva di 53 anni.

La concessione a trasmettere è stata firmata in favore di un nuovo canale tv, diciamo, più accondiscendente e più favorevole al governo. Finanziato interamente con denaro pubblico. Dello Stato, insomma.

Per capire: riusciamo ad immaginarci se qui da noi, in Italia, qualcuno decidesse di non rinnovare la concessione di servizio pubblico alla Rai, e che la Rai chiuda?


Certo, ultimamente RadioCaracas Tv non c'era andata leggera. Visto che quando, nell'aprile del 2002, in occasione del golpe militare di Pedro Carmona che aveva spodestato momentaneamente Chavez, era stata la prima Tv a mandare in onda il giuramento del nuovo comandante dello Stato venezuelano.

Oppure quando migliaia di persone manifestavano in strada per acclamare a gran voce il ritorno di Chavez la stessa tv mandava in onda cartoni animati e film con Julia Roberts.

Non era una cosa simpatica. Forse anche uno scarso servizio pubblico. Certo.
Ma chiudere una Tv dopo una 53 anni? Deve essere bene incazzato l'ex generale che da qualche tempo si presenta in pubblico molto volentieri con la mimetica, la divisa militare e qualcosa che ci ricorda molto il Castro del tempo che fu.
Dovremo aspettarci Ratzinger in Venezuela per fargli capire che l'autarchia e il comunismo significano miseria?
Sarebbe umiliante, per l'Onu, per l'Unione Europea, gli Stati Uniti e tutte queste belle cose.
Aggiungiamo che Chavez ha approvato una legge che gli concede l'opportunità di legiferare per due anni per decreto, esautorando di fatto il Parlamento e, si, è davvero umiliante.
Ma non è nemmeno la prima volta.

E, temiamo, neanche l'ultima.


La notizia su Caracol Television (Colombia)


A Mosca Stato di Polizia. No a Gay Pride, arresti calci e pugni

A Mosca vietato il GayPride. Una delegazione radicale e di eurodeputati picchiati e aggrediti per aver voluto consegnare una lettera al sindaco di Mosca.
Marco Cappato arrestato e rilasciato nel tardo pomeriggio, altri processati domani per direttissima. Non si conosce di cosa sono accusati.

Mosca, 27.05.2007
Stavo ascoltando la consueta Rassegna Stampa domenicale su RadioRadicale, quando irritualmente e bruscamente la rubrica viene interr
otta, alle ore 10e03. Subito si comprende che è successo qualcosa, una breaking news da Mosca: interrompiamo la rassegna stampa per segnalare quanto sta accadendo in questi minuti a Mosca, dove siamo collegati col nostro corrispondente David Carretta”.
Il collegamento è telefonico e si sente un certo trambusto in sottofondo. Grida, mugugni, lanci di uova e altri oggetti, e la voce affannata di Carretta che tra la folla cerca di fare una cronaca, tra una spinta e l'altra.

Mosca, ore 10,03 ora italiana, davanti alla sede ufficiale del Sindaco di Mosca, sulla Via Tverskaja.

Gli esponenti radicali Marco Cappato, deputato europeo; Nikolai Alexeiev, radicale russo e Coordinatore del Gay Pride di Mosca; Nikolay Kramov, rappresentante dei radicali a Mosca; Ottavio Marzocchi, radicale e funzionario al Parlamento Europeo, un nutrito gruppo di manifestanti per i diritti civili, insieme a parlamentari europei di altri gruppi, tra gli altri la deputata Vladimir Luxuria di Rifondazione comunista, volevano consegnare al Sindaco di Mosca una lettera firmata da 50 parlamentari europei e italiani dopo che era stato vietato il Gay pride.
Mentre veniva distribuito il volantino con il testo della lettera un gruppo di naziskin, alla presenza di un Vescov
o ortodosso, scortato da due persone, che dava loro la benedizione, ha cominciato a tirare uova ai partecipanti all’iniziativa nonviolenta e poi a picchiare violentemente i radicali. Subito dopo c’è stato l’intervento della polizia che anziché difendere le persone aggredite ha provveduto ad arrestare i radicali.

Qui sta succedendo davvero di tutto – continua David Carretta in collegamento telefonico - un militante per i diritti degli omosessuali ha tirato fuori un cartello, i giornalisti si avvicinano... ecco! È stato arrestato!! lo trascinano via con una certa violenza. Appena qualcuno tira fuori un cartello viene arrestato... E' stato aggredito! E' stato aggredito! Abbiamo visto proprio qui davanti a noi che gli dava un pugno violentissimo! Un agitatore, immaginiamo un ultranazionalista, gli ha sferrato un violentissimo pugno al volto!! ed ora è l'aggredito è stato arrestato e portato via dalla polizia, che anziché difendere gli aggrediti li trascina via, li arresta spintonadoli con una certa violenza! Là ora vediamo uno che sembra un arcivescovo della chiesa ortodossa, che fa segni della croce, parla con la stampa... intanto là un altro manifestante è stato arrestato.

Siamo vicini a un naziskin che cammina... sembra che non abbia buone intenzioni, sembra pronto ad aggredire... ecco! Ha dato un calcio fortissimo!! ora sentiamo Marco Cappato, eurodeputato radicale “che cosa fa la polizia?? perchè non li proteggete?? sapevate, stavate guardando, sapevate che stava per aggredire!! perchè non avete protetto le persone?? Marco Cappato è stato arrestato e ora lo stanno trascinando via, con strattoni e spinte. Lo infilano nel cellulare della polizia”.

La piazza è piena di gente, giornalisti, parlamentari europei in delegazione, manifestanti per i diritti civili e degli omosessuali, più di 500 poliziotti, moltissimi agitatori dall'apparenza di naziskin, tutti sui 18/20 anni. E' evidente che la polizia non muove e non muoverà un dito per difendere i manifestanti dalle aggressioni, pugni e calci. “Mentre mi aggredivano la polizia rideva” ha dichiarato la deputata Vladimir Luxuria.

Dichiarazione di Marco Cappato
Fermati mentre chiedevamo di essere difesi dalla polizia
L’europarlamentare radicale arrestato a Mosca assieme ad altri militanti italiani e russi del Partito Radicale Nonviolento.

Roma-Mosca, 27 maggio 2007
Mi trovo in una cella all’interno della camionetta della polizia. Siamo qui con alcuni militanti dei diritti civili in Russia”. Così Marco Cappato, in diretta ai microfoni di RadioRadicale, collegato di nascosto con un telefono cellulare. “Alla fine l’autorizzazione della manifestazione non era arrivata, ma noi volevamo solo consegnare una lettera al sindaco di Mosca – ha spiegato l’europarlamentare radicale - il cordone della polizia chiudeva i manifestanti senza però proteggerci da alcuni contromanifestanti che gridavano e si lanciavano contro di noi, lanciandoci oggetti, uova, pugni.

Ho personalmente visto anche alcuni di questi contromanifestanti che, prima di venire a lanciare dell’acqua, hanno parlato con i poliziotti che ci avrebbero dovuto difendere. Uno di loro ha cominciato a tirare calci ad Ottavio Marzocchi, ed è allora che ho iniziato a urlare in inglese, chiedendo perché la polizia non ci difendesse. Tempo cinque secondi e sono stato trascinato via da agenti in tenuta antisommossa.

Poco dopo lo stesso Ottavio Marzocchi, anche lui dirigente del Partito Radicale Nonviolento, funzionario del gruppo Liberale (ALDE) presso il Parlamento Europeo, è stato caricato. “Ora devo chiudere, hanno aperto il furgone”, così si è chiuso il collegamento in diretta ai microfoni di Radio Radicale.

Approfondimento su RadioRadicale.it


La notizia su Lemonde.fr - La notizia sulle prime pagine dei giornali online
Prima pagina de Il Corriere della Sera del 28.05.2007
Prima pagina de La Repubblica del 28.05.2007
Prima pagina de La Stampa del 28.05.2007
Leggi gli articoli, le interviste, i commenti sui giornali del 28.05.2007

Bisognava sistemare qualcuno

venerdì 25 maggio 2007


i controcorrente di Indro Montanelli
Un anonimo lettore c'invia la fotocopia di un passo della Gazzetta Ufficiale n. 202/1974, in cui si bandisce un concorso a cento posti di Viceprocuratore delle tasse, specificando che sono ammessi, tra gli altri, anche i titoli di studio del "cessato impero austro-ungarico".
E' un gesto di giustizia, di cui apprezziamo sinceramente le intenzioni. Però, siccome l'impero austro-ungarico è cessato nel 1918, esso non può aver rilasciato titoli di studio che a gente nata entro il 1900, cioè a persone che oggi hanno almeno 74 anni.
Giacchè c'erano, perchè non hanno esteso la validità anche ai titoli di studio rilasciati dal Regno delle due Sicilie e dal Granducato di Toscana?

Indro Montanelli - 7 dicembre 1974
Controcorrente - Arnoldo Mondadori Editore

Montezemolo, tra aspettative soddisfatte e proposte passate in sordina

AudioVideo del discorso da RadioRadicale.it C'era molta attesa per il discorso (testo) che il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha pronunciato ieri di fronte all'Assemblea generale degli industriali.

Molti commentatori, nei giorni scorsi, avevano scritto e anticipato quel che Montezemolo secondo loro avrebbe detto. E possiamo dire che non ha deluso le aspettative di nessuno.

Sia di chi attendeva, e auspicava, dure critiche al sistema politico, al sistema oppressivo della pressione fiscale, al vecchiume del sindacato, alla piaga degli sprechi e dei privilegi, alla burocrazia arrugginita e all'inefficienza della Pubblica Amministrazione, ai ridondanti lacci e lacciuoli che frenano, o bloccano, lo sviluppo delle imprese, la tabella dell'export, eccetera:“Una parte importante della classe politica italiana teme il cambiamento perché pensa che questo alienerà i voti di quanti dovranno rinunciare a vecchie sicurezze, a rendite o privilegi grandi e piccoli che si sono accumulati nel tempo. Così si tende sempre a galleggiare in attesa della consultazione elettorale successiva”, ha detto Montezemolo.

Sia le aspettative di chi auspicava un “coraggioso” ed auto celebrativo elogio e riconoscimento al sistema delle imprese, alla creatività delle stesse, al peculiare e fertile spirito di intrapresa delle pmi, ed un forte monito che avrebbe confermato come il mondo produttivo-imprenditoriale è da considerare la struttura portante del Paese:“L’impresa - lo voglio dire forte - non è lo strumento con cui l’imprenditore si arricchisce, è il tessuto vitale di una democrazia economica moderna. Abbiamo inaugurato un modo nuovo di andare sui mercati internazionali presentandoci come un sistema compatto: governo, piccole, medie e grandi imprese, banche, università, mettendo sempre al centro gli incontri faccia a faccia tra piccoli imprenditori”.

Ma Montezemolo non ha deluso nemmeno chi, più di qualcuno, vaticinava una sua discesa in campo in politica, come primo attore. Un'altra discesa in campo nella politica di un Paese, il nostro, che sembra produrre quale proprio miglior core business più salvatori della Patria di tutti i risorgimenti del pianeta messi assieme da qualche millennio in qua.

Anzi, più che una discesa in campo sembra si tratti di “una discesa in pista”, se dobbiamo così leggere la nuova metafora automobilistica inaugurata ieri dal presidente di Confindustria. Il protagonista della politica, infatti, ora sarebbe un “pilota”, con tanto di “tuta” (di sinistra, di destra o di centro che sia, ha detto).

E' stato un discorso che ha fatto centro, non c'è dubbio. Difficile non condividerlo a meno di appartenere alla parte più conservatrice del sindacato, o alla sinistra più estremista che ha ancora l'immaginetta scolorita e consunta di Marx nel portafoglio, oppure di appartenere a quell'imprenditoria furbetta e autoreferenziale che vive come una remora ballando e stropicciandosi le tasche attorno allo squalo malato della politica.

Difficile non condividere quel discorso perchè Montezemolo ha dato fondo a un misto tra demagogia esplicita e omissioni imbarazzanti. Come ad esempio il mancato accenno alla spregiudicatezza di alcune, forse troppe, operazioni finanziarie. Pensiamo ai casi simil-Parmalat, ai furbetti del quartierino, a Telecom, al sig. Fiorani e a tutte le scatole cinesi che ingombrano l'edificio finanziario italiano, a cominciare dal garage, passando per il girardino, fino su in mansarda. Spesso ingombrando anche le aule dei tribunali e gli uffici delle Procure.

No, qui non c'erano aspettative, da parte di nessuno. E infatti il presidente ha elogiato le banche: “In questi ultimi anni le banche hanno ottenuto risultati straordinari per livelli di redditività e sono cresciute soprattutto attraverso processi di fusione in linea con il pensiero del Governatore Draghi. Guardiamo ad esempio all’importante operazione conclusa in questi giorni tra due grandi banche italiane. Se tutto questo fosse avvenuto in un altro paese avremmo gridato al miracolo”.

Ma c'è un passaggio che a me pare molto importante e che invece è passato, o lasciato passare, in sordina (e infatti abbiamo fatto una certa fatica a ritrovarlo e riesumarlo). Un passagio buttato lì quasi ritualmente e altrettanto ritualmente non raccolto: “Non è accettabile una pressione fiscale così concentrata sulla produzione, rispetto alle rendite e ai consumi. In questo modo si penalizza l’attività di chi fa impresa in Italia, a tutto vantaggio di chi produce all’estero e vende sul nostro mercato: è questo che vogliamo? È così che si pensa ai lavoratori e soprattutto alle famiglie?”.

Ecco, aumentare le aliquote fiscali sulle rendite finanziarie, dice Montezemolo senza possibilità di fraintendimenti. Le aliquote sulle rendite finanziarie, infatti, attualmente sono francamente un insulto al buon senso prima che ad ogni altra cosa.

E' stato un intervento a tutto campo, con toni forti e anche in aderenza all'attualità del tema “costi della politica”. Una questione sulla quale il Ministro Emma Bonino ha espresso un monito, che spero non cada inascoltato: “Per quanto riguarda le critiche alla politica fondata sul sistema dei partiti, da radicale posso solo dire a Montezemolo che si tratta di una battaglia condotta per anni in solitudine, a favore di un sistema realmente bipartitico e contro il finanziamento pubblico, senza cedimenti a moti demagogici ma con la tenacia e il rigore che hanno contraddistinto le nostre campagne referendarie”.

E alla lotta allo spreco e ai costi della politica si riferisce anche la dichiarazione di Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani: “Ottimo prendersela con la politica e i suoi costi – è dal referendum contro il finanziamento pubblico del 1976 che i radicali agiscono per denunciare l'involuzione antidemocratica della partitocrazia”.

Dell'attacco al presidente della Camera Fausto Bertinotti, che aveva definito “impresentabile” il capitalismo italiano sono già stati scritti profluvi di articoli e titoli a tutta pagina sui diversi quotidiani. Richiamiamo qui solo il passaggio di Montezemolo: “Quando figure di primissimo piano delle istituzioni si spingono a dipingere come “impresentabile” il capitalismo italiano, senza che si alzi una sola voce dal mondo della politica a smentire questa autentica falsità”.

Insomma, disincantatamente il discorso di Montezemolo all'Assemblea di Confindustria mi appare come un ulteriore squillo di tromba la cui eco si disperderà, temo, fin dai prossimi giorni e che tuttalpiù sarà richiamato come i cotonati messaggi di fine d'anno del Capo dello Stato. Così, come per esorcizzare quell'aria rarefatta, stantia e vecchia che gli stessi attori di questo sfacelo producono, respirano e rilasciano. Ma nella quale sguazzano molto bene e, temo altresì, nulla faranno di davvero serio e necessario per cambiare questo stato di cose.

I punti del discorso su Repubblica.it

Reazioni politiche al discorso su Repubblica.it

Per un verso ...e per altro verso....

giovedì 24 maggio 2007

Dalla Relazione di Montezemolo di oggi, in Confindustria: [...] Oppure, pensiamo al dibattito infinito sugli anni di piombo e sul terrorismo, un tema che più di ogni altro esigerebbe misura e pudore per evitare di offendere la memoria di chi ha perso la vita e di chi ancora soffre per la perdita dei propri famigliari. Ma vi pare possibile che ex-terroristi di destra e di sinistra, pentiti e non pentiti, compaiano regolarmente sui giornali, in televisione, nei dibattiti, spesso nella veste di poco credibili educatori, pensatori, opinionisti? [...] Daniele Capezzone ha dichiarato: Dal Presidente di Confindustria Montezemolo e' venuta una bella e coraggiosa sfida liberale. ----------------------------------------------------------------------------------- Sul tema leggete: Augias e D'elia, compagni radicali state sbagliando

Intervento del Presidente Montezemolo

Assemblea Generale 25 maggio 2007

Autorità, Signore e Signori,

imprenditrici e imprenditori, protagonisti di tante iniziative, di tante battaglie, di tante speranze; tenaci sostenitori della libertà di intraprendere, veri costruttori di progresso e benessere. A voi dico grazie per l’impegno straordinario di questi anni, per quanto abbiamo fatto, per quanto stiamo facendo, per quanto faremo insieme nei prossimi mesi. Avevo detto, all’inizio della mia avventura in Confindustria, che “essere classe dirigente significa anche restituire al Paese parte di ciò che si è ricevuto, per farlo crescere e consentirgli di affrontare nuove sfide. Noi lo abbiamo fatto e dobbiamo esserne orgogliosi. Noi abbiamo rifiutato la logica del declino. Noi ci siamo rimboccati le maniche, è a noi in primo luogo che si deve l’aver fatto uscire il Paese dalle secche della crescita zero. Il primo dovere che sento è dunque quello di ringraziare tutti voi imprenditori italiani per quanto avete fatto. Lo avete fatto per le vostre imprese, per voi stessi, per i vostri collaboratori e per il vostro Paese. E’ un risultato di cui dobbiamo essere fieri. Senza alterigia, ma con la consapevolezza di aver saputo svolgere bene il compito che ci siamo dati quando abbiamo scelto questo mestiere. Dobbiamo rivendicare a viso aperto questa nostra capacità. Soprattutto in un momento come questo, quando riemergono nel nostro Paese antichi e mai sradicati pregiudizi nei confronti dell’impresa. Quando figure di primissimo piano delle istituzioni si spingono a dipingere come “impresentabile” il capitalismo italiano, senza che si alzi una sola voce dal mondo della politica a smentire questa autentica falsità.

Clicca QUI per leggere tutto l'intervento

Radicali e costi della politica


i controcorrente di Indro Montanelli
I Deputati Radicali hanno indirizzato alla presidente Jotti una protesta contro il moltiplicarsi delle commissioni parlamentari "di studio" all'estero. Pare che di queste trasferte ce ne siano state una quarantina in Usa, Canada, Cina, Giappone. Sono - dice il documento - carovane costose, di gente che spesso va solo per andare a spese di pantalone. Ma il guaio, secondo noi, non è che vanno. Il guaio è che poi tornano.
Indro Montanelli - 15 novembre 1986
Controcorrente - Arnoldo Mondadori Editore

La mia biografia di Franz Joseph Haydn

Haydn, Mozart e Beethoven, ovvero la Trinità musicale.

Così viene chiamato il Trio più sublime del Classicismo in musica.

Ma mentre gli obelischi di Mozart e di Beethoven si ergono potenti e intoccabili quali fari musicali anche nella popolarità, per le loro vite ed opere, conosciute, interpretate, usate ed abusate, per Haydn sembra che il destino abbia voluto riprendersi la tranquillità di cui ha goduto in vita, riservandogli una tormentata immortalità.

La popolarità di Haydn si ferma quasi al “L’ho sentito nominare”. Fortunatamente, e questo è ciò che importa davvero, Haydn è universalmente conosciuto ed apprezzato da chiunque abbia davvero la passione per la musica.

FRANZ JOSEPH HAYDN nasce a Rohrau il 1° Aprile 1732 (muore a Vienna il 31 maggio 1809).

Figlio di Maria Koller, cuoca al servizio dei conti di Harrach, e di Matthias Haydn, mastro costruttore e guidatore di carri, il quale, un po’ per la personale sensibilità, un po’ perché a contatto con “Signori”, attraverso i quali conobbe, probabilmente, le delizie dell’eleganza e della musica, ebbe l’energia di fare un piccolo gradino. Il primo gradino di una scala che ci ha donato uno dei più grandi compositori dell’umanità.

I costumi dell’epoca potevano riservare al giovane Joseph (non usò mai il suo primo nome di battesimo) ben poche evoluzioni rispetto alle occupazioni della famiglia presso la quale era nato. Sarebbe diventato un mastro carradore o qualcosa di simile, oppure, se affidato ad un protettore sensibile ed attento, un prete, un libertino (che spesso erano la stessa cosa) o un musicista. Forse tutto questo assieme.

Già nel 1736 un suo cugino maestro di canto corale presso una scuola di Amburgo gli insegna i primi rudimenti in musica impartendogli lezioni su come suonare il clavicembalo e il violino.

All’età di otto anni fu portato a Vienna e iscritto nel coro delle voci bianche della Cattedrale di S. Stefano.

Il piccolo Haydn si distinse per le sue inclinazioni musicali ma, una volta raggiunta una certa età di ragazzino, ovvero quando la voce non era più “bianca”, si rendeva necessario, anche se di malgrado, sostituirlo. Il Direttore del coro propose in alternativa di farne un “soprano”, che per gli uomini significava castrato.

Il padre si oppose e si precipitò a Vienna per ribadire che nessuna modifica fosse fatta alla natura del figlio, nemmeno per amore della musica (dubitiamo che il padre di Beethoven avrebbe fatto altrettanto).

Nel 1748 la muta della voce e la sua troppo esuberante vivacità lo estromisero, quindi, dal coro.

Affrontò da subito i problemi della miseria, senza occupazione e senza protettori.

A 17 anni la fortuna lo aiutò e trovò riparo in una casa dove si manteneva dispensando lezioni di clavicembalo. In quello stesso stabile risiedeva il Metastasio (1698-1782), poeta ufficiale della corte di Vienna, capofila della poetica letteraria e musicale arcadica settecentesca, e prestigioso librettista d’Opera conosciuto anche da Mozart, che su libretti di Metastasio avrebbe poi composto, tra l’altro, le Opere Il sogno di Scipione e Il re pastore.

Metastasio introdusse il giovane Haydn a Nicola Porpora (1686-1768), celebre compositore napoletano e maestro di canto che formò le più grandi voci del secolo, comprese quelle degli evirati tra cui brilla il celebre Farinelli.

Haydn, assunto da Porpora come accompagnatore, inizia da questo ad apprendere la composizione ma continua la sua curiosa e instancabile attività di autodidatta.

A questo periodo son da far risalire i suoi primi quartetti (Op. 1 e 2, 1755).

Finalmente Haydn viene chiamato, anche se per breve periodo, come Musikdirektor e Kammercompositor al servizio del principe Morzin, periodo durante il quale scrive la prima delle sue 108 Sinfonie. Intanto si sposa con Maria Keller, di tre anni maggiore di lui. Di sua moglie Haydn lamentava una certa insensibilità alla sua arte scrivendo che per lei, se fosse stato un ciabattino o un artista, poco cambiava. Di matrimoni simili ne seppe qualcosa Socrate, che non era un artista, ma nemmeno un ciabattino.

Haydn stesso ebbe a dire che fino all’età di trent’anni era stato un nulla, se non fosse che ebbe il privilegio di studiare con il grande maestro Porpora.

La svolta, e di vera svolta si trattò, giunse nel 1761 quando il compositore fu chiamato con l’incarico di Vicemaestro di cappella presso il principe Paul Anton Esterhazy. L’incarico prevedeva un contratto di tre anni e invece fu un sodalizio che impegnò l’intera vita di Haydn, indissolubilmente legata a questa casata, interrotta soltanto dal periodo londinese, tra il 1791 e il 1794.

La qualità e la grandezza della musica che si creava o si eseguiva a Vienna fin poco dopo la prima metà del secolo XVIII, non era autoctona di Vienna e ancor meno di compositori tedeschi (Bach era caduto nell’oblio e Hasse, sebbene tedesco, era così intriso di italianità da venir da certuni indicato come il maggior rappresentante dell’Opera italiana della sua epoca).

Presso le corti dei principi vi erano musicisti francesi e, ancora più richiesti e più acclamati, gli italiani, che godevano di una tale popolarità e di così grandi privilegi da adombrare tutti gli altri. A volte, occorre dirlo, non per merito. Avere un maestro compositore italiano alla propria corte era uno Status symbol, e tanto Haydn quanto Mozart lo sperimentarono sulla propria pelle.

Nel 1761, dunque, Paul Anton Esterhazy, appartenente a una delle più potenti famiglie di Vienna, lo assume come sostituto dell’anziano Maestro di cappella Gregor Werner. I loro doveri di compositori erano suddivisi: Haydn si sarebbe occupato della musica strumentale e Werner della musica sacra.

Forse l’invidia, forse i capricci senili, mossero le critiche indirizzate ad Haydn dal vecchio Werner (l’unico a dire su Joseph cose spiacevoli), critiche che con una esplicita lettera di Werner giunsero al Principe (a Nicolaus, successore di Anton nel 1762). Le accuse erano di essere troppo condiscendente con gli orchestrali e di svuotare gli armadi e la Cantoria della Chiesa. Nella lettera Werner non si dimenticò di chiedere al principe due cataste di legna in più da aggiungere al suo mantenimento.

La mitezza del carattere di Haydn ci fa credere che fosse davvero gentile col prossimo. Non sappiamo, ma non ci crediamo, se davvero svuotò o permise che si svuotasse la Cantoria degli strumenti.

Haydn fu comunque sollecitato per iscritto a provvedere agli inventari e a “dedicarsi più diligentemente alla composizione”. Fu inoltre invitato a scrivere composizioni per Baryton, strumento su cui il principe si dilettava (una specie di violoncello). Se non fosse che Haydn compose e suonò così splendidamente per quello strumento che il principe si offese.

Cinque anni più tardi Werner morì e Haydn assunse a pieno titolo il ruolo di Kapellmeister.

Il contratto che legava Haydn agli Esterhazy era molto preciso e altrettanto restrittivo.

Haydn fu assunto con lo stipendio e con il grado di un Ufficiale di palazzo, e alla disciplina di Ufficiale doveva conformarsi. Doveva ogni mattina e ogni pomeriggio fare anticamera presso il principe per ricevere ordini sull’eventualità di comporre musica.

Conteneva l’ordine severo e perentorio di non divulgare fuori del palazzo le sue composizioni, di non eseguirle e di curare che non fossero copiate.

L’organico dell’orchestra era di poco più di 20 musicisti che dovevano presentarsi al cospetto di sua altezza “in calze bianche, biancheria bianca, incipriati e in parrucca. In divisa”.

L’ambiente splendido e pomposo di un palazzo sontuosissimo con due teatri funzionanti, di cui uno per burattini, fu di giovamento alla sua attività compositiva. Libero da problematiche “materiali”, potè dedicarsi completamente alla sua arte che, da ora investe anche la sfera del teatro.

Nel 1768, a sei anni dalla morte del fratello Anton Esterhazy, il principe Nicolaus suo successore dopo aver costruito un castello, se possibile, più sontuoso del primo, inaugurò Il nuovo teatro degli Esterhazy. Per l’occasione venne rappresentato il dramma giocoso “Lo Speziale”. Nei vent’anni successivi Haydn scrisse per il teatro dei principi almeno altrettante opere tra le quali molte non sono giunte fino a noi.

Citiamo Le pescatrici (1770), L’infedeltà delusa (1773), L’incontro improvviso (1775), il mondo della Luna (1777), La fedeltà premiata (1780), L’Orlando paladino (1782), Armida (1783), Orfeo ed Euridice (1791).

Nel periodo in cui era ancora vivo Werner, come abbiamo detto, Haydn non aveva richieste di composizione di musica sacra. E quando Werner morì la situazione non cambiò poiché Nicolaus, pur essendo estremamente appassionato di musica, non prediligeva questo genere.

Haydn, che sulla musica sacra si formò, accettò con certo disappunto la situazione ma provvide a scrivere musica sacra per suo diletto, anche se non gli era richiesta come accadeva per le sinfonie, i pezzi per Baryton o per i quartetti.

Tra il 1766 e il 1772 compose la cantata “Applausus”, la messa “Sunt bona mixta malis” a cappella, la “Grosse Orgelmesse”, il Salve Regina” e la “Missa Sancti Nicolai”.

Di questo periodo è anche il magnifico “Stabat Mater” la cui partitura autografa è andata perduta.. L’impresa costituiva una sfida pericolosa per ogni compositore (celebri le versioni di Pergolesi e di Scarlatti), a causa del carattere tenebroso del testo, la sua lunghezza e la staticità dello svolgimento.

Haydn svolse egregiamente il lavoro utilizzando con sublime perizia il modo minore (non meno di sei movimenti) adattando i tempi dei mutamenti armonici in modo da dare vivacità e azione a un testo quasi privo di immagini.

Lo Stabat Mater fu eseguito presso la residenza degli Esterhazy e, su intercessione di Hasse al quale Haydn inviò la partitura, l’anno seguente fu eseguito anche a Vienna diretto dallo stesso Haydn.

Finalmente, dopo il 1779, gli venne permesso di vendere la propria musica agli editori e di accettare altre commissioni. Fu così che molta della musica composta da Haydn negli anni Ottanta venne conosciuta da un pubblico assai più vasto di quello degli ospiti degli Esterházy, diffondendo conseguentemente la fama del suo compositore.

La fama di Haydn si espande in tutta Europa. Egli godette nella sua epoca di una popolarità che pochi altri suoi predecessori vissero.

Era considerato “lo specchio della sua epoca” ed accostato come valore artistico al grande Shakespeare, che in quell’epoca fu riscoperto.

Se il concetto di popolarità moderna risulta essere ben differente da quello dell’epoca, forse è con Haydn che per la prima volta nella storia si può applicare l’accezione di “popolarità” così come noi oggi lo intendiamo.

I giornali lo esaltavano e persino l’imperatore Giuseppe II chiese che venisse composta un’Opera per la corte di Vienna. Haydn preparò La Vera Costanza (1779). A causa di mali intendimenti con i cantanti che gli furono imposti, o forse per sotterfugi di altri privilegiati compositori di corte (“i soliti italiani” direbbe Mozart), l’Opera non fu rappresentata a Vienna ma alla corte degli Esterhazy, al cospetto dell’Imperatore Giuseppe II.

Haydn incontra Mozart nell’inverno del 1781 (Haydn aveva 50 anni, Mozart 26), strinsero una salda amicizia e un intimo e reciproco rispetto. La sua grande modestia e bonomia, il suo acume, gli fecero confessare al padre di Mozart, Leopold, che “suo figlio è il più grande compositore che io conosca, di nome o personalmente”.

Intanto sui giornali d’Europa si lamentava il fatto che Haydn fosse tenuto come prigioniero alla corte dei suoi principi, con un contratto e ricompense indegne del suo prestigio ma soprattutto privo della libertà di viaggiare e di deliziare quindi il pubblico e le corti inglesi, francesi, italiane, europee insomma.

L’Europa che acclamava Haydn fu accontentata allorchè il vecchio principe Esterhazy morì e il suo successore Anton, insensibile alla musica e nel disastro economico, sciolse l’orchestra “liberando” il compositore.

Nel 1791 Haydn era a Londra, coronando un invito fattogli già da diversi anni e al quale Mozart aveva rinunciato. A Londra Haydn compone sei nuove Sinfonie (93/98) e ad Oxford ricevette la laurea honoris causa col titolo di “doctor of music”. E’ a Londra quando apprende della morte di Mozart.

A proposito della sinfonia diciamo anche noi che Haydn ne fu l’organizzatore formale donando a questa forma strumentale un modello prestigioso, definitivo e limpido.

Haydn “lastricò” di marmo pregiato le strade della sinfonia e della sonata per pianoforte classiche, Mozart le percorse con le ali del genio.

Ma se fu il vivace e determinato organizzatore della sinfonia e della sonata per pianoforte, è nel quartetto d’archi che si esprime pienamente il genio Haydniano.

Una forma e un modello di “conversazione” senza precedenti nella musica, che fecero dire a Goethe “quando ne vengo in contatto comprendo il significato che Dio ha voluto dare al bene e al male, esortandoci al bene”.

A questa conquista formale dei trii, quartetti, sonate, concerti e sinfonie guarderanno per primi Mozart e Beethoven (ci sarà un motivo?).

La forma sonata bitematica tripartita trova gradualmente in Haydn il maggior esponente, forse per l’ordine rigoroso ch’egli impone alle sue architetture musicali, sempre logiche e precise, organicamente intese, con i temi chiaramente delineati nella loro enunciazione, in un avvicendarsi di simmetrie che non trovano riscontro né in Mozart ne più tardi in Beethoven.

In generale la tecnica degli sviluppi di Haydn non è sofisticata ma lineare, in un gioco di perfette proporzioni.

Tra il 1792 e il 1793 Haydn è a Bonn, dove incontra Beethoven che qualche mese dopo diventò suo allievo.

Nel ‘94/’95 è di nuovo a Londra per dirigere le sue sei sinfonie londinesi passando di trionfo in trionfo. Riceve quest’anno dal nuovo principe Esterhazy Nicolaus II l’invito a tornare al servizio della famiglia, per restituire alla corte l’antico prestigio nell’ambito musicale.

Haydn accetta anche se molto dispiaciuto di abbandonare l’isola da cui ha ricevuto così numerosi onori.

Negli ultimi anni la produzione musicale si attenua nella quantità ma scrive alcuni tra i suoi più grandi componimenti. Sei grandi messe per soli coro e orchestra composte tra il 1796 e il 1802. Ma è negli ultimi due oratori che Haydn ci lascia il suo grandioso testamento, Die Schopfung (La Creazione 1796 – 1798) una libera interpretazione del “Paradiso perduto” di Milton, e Die Jahreszeiten (Le Stagioni 1799-1801), dall’omonimo lavoro di Thomson. Entrambi i lavori risplendono di gioia, di equilibrio e d’intelligenza religiosa.

Nel 1797 compone un inno imperiale (che nel 1922 diventerà l’inno nazionale tedesco).

Nel 1804 si ritira a Vienna, in una casa acquistata nel sobborgo di Windmuhle (oggi Haydngasse 19), dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita.

La sua ultima apparizione in pubblico fu il 27 marzo 1808, all’esecuzione delle “Stagioni” sotto la direzione di Salieri, in onore del suo compleanno, nell’autentica apoteosi del pubblico vi era anche Beethoven per rendere omaggio al grande e ammalato compositore. Tra gli applausi e le acclamazioni dell’intera sala il maestro, scosso dall’emozione, abbandonò il teatro prima della fine della rappresentazione. Tutti videro Beethoven baciargli le mani.

Morì il 31 maggio 1809, mentre i francesi bombardavano e occupavano Vienna.

Il 15 giugno dello stesso anno, durante una solenne cerimonia in suo onore, venne eseguito il “Requiem” di Mozart. Siamo certi ne sarebbero stati felici entrambi.

Haydn fu un genio apollineo, tutta la sua arte risiede nella perfezione della dialettica puramente musicale. Nella sua opera, la variazione assume la parte che fu la fuga nell’opera di Bach. Seppe sfruttare ogni singolo tema proposto, evolvendolo in una girandola di variazioni, di armonie di tecnica perfetta.

Il denominatore comune dello Stile Classico va probabilmente cercato nella sua qualità di “repertorio eminentemente orientato verso l’ascoltatore”.

Si deve a una visione storica permeata dal culto della personalità l’idea corrente di un Mozart eroe dell’emancipazione della musica, contrapposto a un Haydn attardato a lungo in una posizione servile alle dipendenze di una corte.

Il procedere di Haydn per via sperimentale, con continua verifica degli effetti sugli ascoltatori e conseguenti correzioni di rotta, spiega l’evolversi dello stile di Haydn assai meglio che non l’idea di un astratto processo di crescita verso le vette del “Classicismo maturo”.

Haydn rappresenta l’anima e l’icona di questo periodo Classico, tanto da aver generato dei luoghi che son fin troppo comuni, quali la paternità della sinfonia e del quartetto, il gusto per lo scherzo e la sorpresa, i procedimenti variativi e quant’altro.

I posteri sono stati ingiusti nei confronti di Haydn, poiché se è vero che i trionfi e le testimonianze di ammirazione riservategli universalmente dai sui contemporanei artisti, letterati, filosofi, principi e colleghi compositori non possono costituire a priori un passaporto privilegiato per la stessa esaltazione da parte della musicologia moderna, vuoi per il mutato gusto estetico, vuoi per la disillusione critica rispetto a certi stilemi rivelatisi col senno di poi “deboli” e poco convincenti.

E’ anche vero che ogni senso estetico è prigioniero di se stesso in ogni epoca, compresa la nostra.

Lo dimostrano le varie e diverse “Rinascenze” che hanno restituito nel tempo lo scettro di genio a personaggi fino a prima caduti nell’oblio o trattati come nomi da catalogo nella storia della musica.

Pensiamo alla “riscoperta” di Bach e di Handel nel secolo scorso. E, più recentemente, ai vari “anno di Beethoven”, “anno di Mozart”. Questo accade nella musica come nella pittura, nella letteratura come nella poesia. Eclatante il caso di Shakespeare.

L’Ottocento ha fagocitato, nel suo desiderio di setacciare, ricercare e amplificare lo struggimento e la tragedia delle passioni umane, ogni elemento estraneo alla tempesta dei sentimenti, cercando più nel buio che nella luce, esaltando l’ombra delle miserie e gettando nell’ombra la luce.

E il Settecento fu l’epoca dei lumi, della luce.

Haydn fu lo specchio di quella luminosa estetica musicale. Nessuna ombra, nessuna tragedia, nessuno spazio per la leggenda o il delirio “macchiarono” la vita di Haydn.

La sua carriera fu la più nobile, la più tranquilla, la meglio riuscita che si possa immaginare.

Haydn compone musica pura, senza le contaminazioni delle sue passioni personali. Non si trova in Haydn l’intenzione di esprimere una passione nella sua musica. La sua musica resta pura da ogni contaminazione extramusicale.

Questo l’Ottocento non glielo ha mai perdonato.

Ma la grandezza di Haydn sta nel produrre in noi sentimenti di gioia e di profondità, di spirito e di riflessione. La sua musica è arte, grande arte. E l’arte è fine a se stessa.

La musicologia Haydniana è l’ultima arrivata fra i grandi ripensamenti della musica del passato.

Se con Mozart ci troviamo già di fronte alla musica intesa quale specchio di una personalità, in Haydn la musica, con tutto il suo fantasmagorico intreccio di suoni è invece specchio esclusivamente di se stessa.

In conclusione, non si spiega la scarsa presenza di Haydn nei repertori e nella programmazione dei concerti e ancor meno nella produzione discografica.

Siamo fiduciosi che Haydn possa brillare anch’egli, di luce propria, nella Trinità musicale.

Haydn, Mozart e Beethoven.

Haydn ci ha lasciato:

  • 108 sinfonie
  • 118 tra marce danze e altri pezzi per orchestra
  • 20 concerti per vari strumenti e orchestra, dei quali 3 per violino, 2 per violoncello, 4 per clavicembalo
  • 25 divertimenti per assieme strumentali
  • 75 quartetti per archi
  • 62 trii
  • 170 composizioni per Baryton, di cui 126 trii
  • 63 composizioni per strumento a tastiera, di cui 52 sonate
  • 3 oratori, il primo dei quali “Il ritorno di Tobia” (1775)
  • 39 pezzi sacri per voci e strumenti
  • 14 messe
  • 147 pezzi profani per voci e strumenti, tra cantate, Lieder e canoni
  • 31 lavori per il teatro, alcuni perduti o incompleti
  • Più di 300 elaborazioni di canti popolari.

Dopo lunga ricerca ho constatato che la bibliografia italiana su Haydn è quanto mai lacunosa (come per molto altro, del resto).

Oltre alla “Vita di Haydn”, un breve libretto scritto da Stendhal, e ad altri due testi che lo propongono assieme a Mozart, Beethoven e il classicismo, vi sono solo due libri pubblicati in Italia che possono considerarsi quale riferimento specifico ed interamente dedicati a questo arguto, intenso e monumentale compositore:

HAYDN, Vita e Opere - Robbins Landon, David – 1988 Rusconi – Lire 63.000, e

HAYDN – a cura di Andrea Lanza – 1999 Il Mulino (Polifonie) – Lire 42.000.

Il volume di Robbins Landon (uno dei massimi studiosi, biografi e conoscitori di Haydn al mondo) ormai è fuori catalogo e non c’è speranza che vi rientri se non quando un’altra casa editrice avrà la sensibilità di ripubblicarlo, considerato che la Rusconi pare sia fallita.

Il volume curato da Andrea Lanza è un pregevole e puntuale lavoro che raccoglie un’antologia di testi stranieri su Haydn e di cui in Italia non sentiamo nemmeno il profumo.

E’ un buon, anzi ottimo, libro che presenta in parti uguali espressioni tecniche e tematiche divulgative.

Certamente non adatto per chi si avvicina ad Haydn per la prima volta, ma soddisfa pienamente chi di classica ha la passione e chi apprezza l’Haydn dei quartetti e delle sinfonie. Vi sono testi di Wheelock, Somfai, Schroeder, Sisman, Bonds, Brown e Seidel (oltre al profusamente citato Landon) che analizzano le tecniche di composizione e ne rivelano i colori.

Il tutto ben condito e presentato da una illuminante introduzione di Andrea Lanza al quale bisogna rendere il merito di avere, almeno in parte, riempito un vuoto che in Italia è una voragine.

Dall’introduzione di Andrea Lanza:

Gli otto studi su Franz Joseph Haydn che compongono questo volume sono stati scelti e riuniti con due intenti: offrire al lettore italiano un’introduzione criticamente aggiornata all’opera di un compositore sul quale ben poco era sinora leggere nella nostra lingua.

E, insieme, documentare per excerpta alcuni recenti indirizzi della storiografia musicale che hanno assunto Haydn a paradigma – o almeno a pretesto – per una revisione complessiva dell’immagine critica dello Stile classico, se non addirittura dell’idea stessa di “classico” nella musica.”

Fassino e l'equilibrismo laico-clericale

mercoledì 23 maggio 2007

Sono passate alcune settimane ormai, settimane che in politica spesso possono significare una serie di eternità messe in fila, da quando Piero Fassino declamò la sua replica in occasione dell'ultimo, letteralmente l'ultimo (forse), congresso dei Democratici di Sinistra a Firenze dell'aprile scorso. Benchè siano molti, anzi, più di molti, i passaggi di quella replica che io non condivido, che critico e che tutto sommato non mi sorprendono affatto, ce n'è uno che non mi lascia pace e che mi ha indignato più di altri per spudoratezza, ipocrisia ed equilibrismo politicante, nonché di malcelato opportunismo. Un passaggio sulla laicità, o pseudo tale, che mi ha fatto venire alla mente una frase che Pier Paolo Pasolini scrisse in un articolo pubblicato sul “Mondo” il 30 ottobre 1975 “...manovre, congiure, intrighi, intrallazzi di palazzo, passano per avvenimenti seri. Mentre per uno sguardo appena un po' disinteressato non sono che contorcimenti tragicomici e, naturalmente, furbeschi e indegni”. Affinchè non si dica che viene estrapolata una frase da un contesto più ampio, così da esser tacciati di faziosa strumentalizzazione sterile e fine a se stessa, riporto qui di seguito tutta l'articolazione che Fassino ha fatto sul tema della laicità nella sua replica. <<... La laicità è ascolto, e fondamento della laicità è l'autonomia dello Stato.... (ecc...) Però badate, non ce la caviamo dicendo libera Chiesa in libero Stato. Questo è un principio sacro, certo. E non ce la caviamo neanche dicendo semplicemente che lo Stato non può aderire a una ragione di fede. Giustissimo. Il problema è: ma lo Stato, nel momento in cui legifera, nel momento in cui norma, nel momento in cui cioè deve affrontare la sostanza di un problema, come lo fa? Questo è il tema del rapporto col mondo cattolico. Del rapporto tra credenti e non credenti. E cioè come mettiamo insieme punti di vista e approcci diversi per costruire una sintesi? Perchè dire semplicemente che lo Stato non assume e non può identificarsi in un punto di vista di fede o anche in un punto di vista filosofico è un principio che però poi deve fare i conti con la funzione regolativa che lo Stato deve esprimere. E la funzione regolativa non è soltanto una funzione metodologica; si esercita nel momento in cui dal metodo passi al merito, come dice sempre il mio amico Cofferati. E cioè affronti i problemi di sostanza. E affrontare i problemi di sostanza significa costruire delle sintesi condivise. Io su questo insisto. So che questo è un dibattito aperto tra noi. E so anche che spesso viene, come dire, equivocato e frainteso. Il ricercare sui temi eticamente sensibili un punto d'incontro e di sintesi tra credenti e non credenti non è la manifestazione dell'ansia della ricerca di legittimazione politica. Chi la legge così fa un errore. Ce lo ricordava bene Amato prima. E' un altro tema, è un altro problema più di fondo. Ed è che quando si interviene su questioni delicate, enormemente delicate che attengono alla vita e alla morte, all'esistenza degli individui, alla persona, alla sua soggettività, alle sue relazioni affettive e sessuali con gli altri... beh... Attenzione; si interviene in un campo in cui è assolutamente necessario costruire delle leggi che da un lato garantiscano a ciascuno la libertà delle proprie scelte che sono incomprimibili e incoercibili, e al tempo stesso che quella libertà possa essere esercitata nella responsabilità senza lacerare una società.>> Io penso che il punto sia proprio qui. La “responsabilità”. Si tratta proprio, da un lato, dell'etica della responsabilità e, dall'altro, dell'etica della convinzione. Lo Stato ha il dovere morale, politico e giuridico, tutto democratico (e la democrazia non è un caleidoscopio di compromessi), sia di assumersi esso stesso la propria ampia responsabilità, ovvero scongiurare ed adoperarsi per porre immediato rimedio qualora l'esercizio, o l'inesercizio, delle “proprie” (non di altri) funzioni fosse causa di una lacerazione nella società (società di individui, con diritti naturali e politici, di libertà, di autocoscienza e di più ampia responsabilità personale, morale, civica e di diritto), quanto di individuare determinatamente di chi sia, al di fuori dello stato di diritto, la responsabilità di quella lacerazione quando non è dello Stato. E assumendosi queste responsabilità deve agire e operare di conseguenza. Senza sintesi di sorta o senza atti condivisi con chicchessia che fosse causa di qualsivoglia tipo di lacerazione. Che apparirebbero davvero atti ipocriti, omissioni, equilibrismi o, come meglio ha scritto Pasolini, “contorcimenti tragicomici e, naturalmente, furbeschi e indegni”. Lo Stato non deve ricercare “il male minore, la sintesi più condivisa” tra il diritto e una (una) dottrina religiosa, di fede. Oppure la sintesi tra posizioni che non appartengono allo stato di diritto. Questo è un fallimento. Questo è lo stato etico, paternalista nel migliore dei casi. Un regime concessorio autoreferenziale e quindi illiberale, antidemocratico. Su questo terreno, in altre latitudini, troppo, purtroppo, vicino alla nostra deriva verso lo stato etico, già si sposta la barra in direzione di fondamentalismi dove la fede, le gerarchie ecclesiastiche, stanno ferme nella loro dottrina dogmatica e irrazionale costringendo lo Stato a compromessi con la laicità. Anziché avvenire il contrario, come dovrebbe essere in uno stato di diritto. È, questa, una limitazione. Un deragliare dai fondamenti delle stesse premesse sul significato dello stato laico che pur Fassino afferma nella sua replica. Io lo chiamo equilibrismo. Francamente mi sembra anche stucchevole questo abuso, questa strumentalizzazione ipocrita e questa volgarizzazione, rozza, del termine “laico”. Cui davvero bisognerebbe fermarsi a riflettere sul vero e sul significato proprio di questo vocabolo. Ma si parla di sintesi condivise. Sintesi tra cosa? Condivise con chi? È questo il punto. Le leggi dello Stato devono essere una sintesi tra ragioni laiche e dottrine di fede? Condivise con le gerarchie vaticane, sempre più lontane dal popolo dei cattolici credenti, che dettano regole etiche univoche e impongono veti ai parlamentari della Repubblica? Oppure, come credo debba essere, lo Stato deve affermare leggi e diritti che esulano da credi religiosi, per quanto diffusi? I quali diritti, essendo laici, possono avere semplice e naturale aderenza ad ogni individualità sociale affinchè si considerino per questo forti e libere di riconoscersi in essi, senza conflitti di contrapposizioni con l'origine di quell'altro da sè e che attiene alla fede. Il dibattito è antico. Troppo antico, mi pare. Avverto intendimenti reazionari, che riportano il dibattito, anche sul piano filosofico, a periodi precedenti l'illuminismo e la rivoluzione copernicana non tanto di Copernico, ma dello stesso Kant. E ci porta, strettamente, alla discussione sulle cosiddette radici cristiane dell'Europa. «I padri fondatori della Comunità europea - ha osservato il ministro per il Commercio internazionale Emma Bonino - erano tutti, o quasi, democristiani di ferro». Come De Gasperi, Schumann, Adenauer. Ma per loro «fu naturale semmai riferirsi ai frutti di libertà, democrazia, solidarietà, laicità che da quelle radici si sono sviluppati e che sono alla base del progetto di integrazione europea. Cosa erano, apostati?». «Mi sono adoperato lungamente e silenziosamente per introdurre il riferimento della radici cristiane nella Costituzione europea. Credo però che non esserci riuscito non vuol dire che il testo le disconosca». Lo ha detto il presidente del Consiglio, Romano prodi, nel suo saluto al congresso europeo della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma e proprio nel giorno in cui anche papa Benedetto XVI ha affrontato il tema dell'origine cristiana della cultura europea. Tuttavia, secondo Prodi, quella fase «è un retaggio del passato». Da parte sua, il segretario dei Ds Piero Fassino, intervenuto alla riunione dei socialisti a Berlino, ha detto che nella costruzione dell'Europa il contributo della cultura cristiana è innegabile ma si affianca a quello di altre tradizioni culturali. Dice infatti Piero Fassino: «Dobbiamo lavorare perché nella Carta si inserisca tutto quello che possiamo metterci così da arrivare ad un testo il più corrispondente possibile alle aspettative di tutti. E' indubbio che cultura e identità europee si siano fondate su cristianesimo e cattolicesimo, ma dobbiamo tenere conto anche degli apporti di diverse sedi e culture, ad esempio l'ebraismo» [...]. Questo deragliare addirittura dalle fondamenta cristiane a quelle “cattoliche” ci lascia, a dir poco, perplessi. Certamente critici e fortemente contrapposti. Mai come ora, appare evidente, è necessaria una battaglia forte e determinata per l'affermazione della laicità dello Stato. Quand'anche condotta con quel “anticlericalismo vecchio stile” che non ci si concede quasi fosse l'avversario tenuto a legittimare le armi con le quali dobbiamo difenderci. Fassino, però, bontà sua, ha inoltre commentato che “le parole del Papa non vanno strumentalizzate per conquistare voti”. Che “Benedetto XVI parla come capo della Chiesa, mentre lo Stato e la politica si occupano e rispettano tutti, dunque anche i laici italiani”. Anche. Anche i laici, dice Fassino. Ci avviciniamo a uno Stato etico, propugnatore di fede, che riconosce qualche diritto “anche” ai laici? Sono basito. Sempre sul tema, il cancelliere tedesco e Presidente di turno dell'Unione Europea: “Sono dell'idea che serva una identità europea sotto forma di contratto di Costituzione e che questo contratto debba essere collegato al cristianesimo e a Dio. Perché il cristianesimo ha formato in maniera decisiva il continente". Parole pronunciate da Angela Merkel proprio in occasione di una visita a Papa Benedetto XV. Ci domandiamo di quale Cristianesimo e di quale Dio parli, se è quella stessa Angela Merkel che, da presidente di turno dell'Europa unita ha provato a boicottare, impedire, mettere in difficoltà, l'affermazione e la proposta italiana, ed europea, in merito alla presentazione di una risoluzione per la moratoria internazionale sulla pena di morte all'Assemblea generale dell'Onu in corso di svolgimento. Questo non mi pare un atteggiamento coerente, bensì ipocrita e strumentale. Certamente non cristiano. La risposta più ferma all'appello della cancelliera è venuta dal capogruppo del PSE (Gruppo a cui, non mi pare irrilevante, appartiene il Segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino, e il suo partito), il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, alleato di governo della Merkel a Berlino ma, soprattutto, rappresentante del principale gruppo politico che al Parlamento Europeo si è battuto per il principio di laicità nella carta costituzionale europea. “È importante difendere la sostanza della Costituzione nella sua forma presente. Una nuova discussione sull'introduzione dei valori cristiani sarebbe un peso non necessario nella discussione in corso sulla Costituzione", ha affermato Schulz. Un gruppo, il Pse, a cui appartiene anche il Cumhuriyet Halk Partisi (CHP) (Partito Repubblicano del Popolo) della Turchia. Una Turchia che recentemente, con una monumentale manifestazione, ha affermato la difesa della laicità dello Stato pur essendo a prevalenza di fede musulmana. Lo storico medievalista Le Goff, alla domanda: Che ruolo ha svolto esattamente il cristianesimo nella storia dell'unità europea? afferma che «Identificare Europa e cristianità sarebbe sbagliato. Si può dire che nella cristianità c'è una prefigurazione dell'Europa, ma si tratta di due realtà diverse. D'altra parte è bene precisare che, se il cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale nel preparare l'Europa unita, l'Europa non è uno spazio religioso. E, per come si costruisce oggi, a mio parere può essere solo un'Europa laica, rispettosa delle religioni e della pratica religiosa. Detto questo, storicamente, il cristianesimo ha operato alla presa di coscienza di un'unità europea. La prima organizzazione territoriale dell'Europa furono i vescovadi, le parrocchie. In seguito, le credenze e le pratiche cristiane hanno modellato tutti gli uomini e le donne che vivono nello spazio europeo. Infine, il cristianesimo ha portato a quegli uomini e a quelle donne principi che hanno definito l'Europa e la sua originalità. Penso, ad esempio, alla separazione tra Chiesa e Stato: anche nel periodo di onnipotenza della Chiesa, il cristianesimo ha predicato agli europei che bisogna "dare a Cesare quello che è di Cesare". È una differenza fondamentale, sia rispetto al cristianesimo ortodosso che all'islam e all'ebraismo» D'alema, Presidente del partito di Fassino, afferma che "L'identificazione Europa-cristianesimo è ingiusta verso l'Europa stessa che già oggi è multi religiosa e multietnica", ha detto D'alema sottolineando che "il tema dell'identità europea non può essere definito in termini di esclusione. Il vero grande problema è quello di individuare un nucleo di valori condivisi senza i quali la multi religiosità diventa frantumazione e caos". Ecco che qui ritorniamo ai “temi condivisi” richiamati da Fassino nella sua replica, seppur D'alema ne attribuisca un valore ben diverso da quello propugnato da Fassino e che francamente ci sembra univoco, unilaterale e miope. Quasi dottrinale e teologico. Certamente opportunista. Non è infatti un bel concetto democratico la ricerca di qualcosa di condiviso tra due, e solo due, maggioranze (non è, forse, oligarchia, questa?). Una delle quali, tra l'altro, deve cedere gran parte dei propri fondamenti valoriali derivati dal diritto laico, in nome di una condivisione di temi con chi non concede nulla e anzi gode di questi principi laici dello Stato per affermare contro la stessa laicità dello Stato i suoi precetti religiosi e che fanno, o vorrebbero fare, del peccato un reato. Insomma, ci pare che quello che abbiamo definito equilibrismo ed opportunismo della replica di Fassino, e che già Pasolini definì contorcimento tragicomico, lo ritroviamo nell'aderenza a un certo discorso che fece il guardasigilli Rocco del governo Mussolini. E' richiamo azzardato? Allora andiamo a rileggere il bel libro di Ernesto Rossi “Il manganello e l'aspersorio”. In esso troviamo una certa modernità del dibattito attuale, durante il quale si scongiura un certo anticlericalismo “vecchio stile”, stile anni settanta, per intenderci, che occorre superare, secondo Fassino, (“non ce la caviamo dicendo libera Chiesa in libero Stato”). <superato l'anticlericalismo vecchio stile” e riconobbe la necessità di una politica molto più favorevole di quella svolta fin'allora verso la Chiesa. Benito Mussolini prese subito la palla al balzo. In una lettera al ministro-guardasigilli osservò che “superate le pregiudiziali del liberalismo” (Fassino: non ce la caviamo dicendo libera Chiesa in libero Stato. E non ce la caviamo neanche dicendo semplicemente che lo Stato non può aderire a una ragione di fede), il regime fascista “aveva ripudiato tanto il principio dell'agnosticismo religioso dello Stato, che quello di una separazione tra la Chiesa e lo Stato, altrettanto assurda quanto la separazione tra spirito e materia>> (Fassino: lo Stato, nel momento in cui legifera, nel momento in cui norma, nel momento in cui cioè deve affrontare la sostanza di un problema, come lo fa? Questo è il tema del rapporto col mondo cattolico. Del rapporto tra credenti e non credenti. Come mettiamo insieme punti di vista e approcci diversi per costruire una sintesi? Perchè dire semplicemente che lo Stato non assume e non può identificarsi in un punto di vista di fede o anche in un punto di vista filosofico è un principio che però poi deve fare i conti con la funzione regolativa che lo Stato deve esprimere. E la funzione regolativa non è soltanto una funzione metodologica; si esercita nel momento in cui dal metodo passi al merito. E cioè affronti i problemi di sostanza. E affrontare i problemi di sostanza significa costruire delle sintesi condivise). Mi pare davvero che ci siano molte analogie tra queste argomentazioni. Senza per questo voler attribuire moti autoritari o fascisti a Fassino. Semplicemente vogliamo vederci un certo approccio barocco ed opportunista. Poco, anzi per niente, liberale, laico, democratico. <il grave dissidio che, dal '70 in poi, aveva tormentato la coscienza degli italiani” dissidio che aveva costituito “una versa spina nel fianco della Nazione>> (Fassino: quella libertà possa essere esercitata nella responsabilità senza lacerare una società). Su questo è illuminante il parere espresso in un libro del 1932 da Vincenzo Morello, senatore fascista, nel quale Morello riconobbe che “il dissidio storico fra l'Italia e la Santa Sede non aveva mai toccato la sostanza della religione, ma le relazioni politiche, derivate dalla forma di reggimento che la Chiesa si era data, e che contrastava con gli interessi e le aspirazioni e gli ideali dell'Italia in cerca della sua unità e della sua indipendenza: dissidio che era stato risoluto con la proclamazione di Roma capitale”. Queste argomentazioni hanno portato, come sappiamo, al Concordato con lo Stato Vaticano. A me pare che occorre riflettere su dove stiamo andando. Su dove sta andando la classe politica, dirigistica, illiberale, di questo nostro Paese. E dove ci stanno portando. E' preoccupante tutto quel che sta accadendo. Ed occorre, ora più che mai, riaffermare la laicità di uno Stato di diritto che appare purtroppo sempre più debole, sempre più vulnerabile, sempre più minato nelle sue fondamenta repubblicane e liberali. Attenzione! Nota tecnica importante!! Dalla segnalazione di un gentile utente ho potuto verificare che i commenti al Post Su Augias e D'Elia, compagni radicali state sbagliando, ERANO chiusi. Me ne scuso, non era intenzionale. Forse era dovuto all'inesperienza della gestione del Blog (era il primo post inserito e quindi può esserci stato qualche pasticcio). Tuttavia ora ho sistemato l'inconveniente. I commenti precedentemente e provvisoriamente postati qui su quell'argomento sono ora stati trasferiti nella loro giusta sede. Mi scuso per il disservizio.