L’analisi di Luigi De Magistris, inquietante realtà.

giovedì 11 marzo 2010

Questa analisi dell’eurodeputato delll’IDV Luigi De Magistris risulta inquietante quanto purtroppo aderente alla realtà attuale della situazione italiana.

 

Mi capita spesso di fermarmi a riflettere sul giudizio che la Storia darà di questo ventennio che appare sempre più una demolizione e uno scardinamento delle conquiste culturali, democratiche e dello stato di diritto, frutti di battaglie a costo spesso anche della vita di molti cui sono seguite all’altro “ventennio” storico, quello precedente a questo e a cui purtroppo, per molti versi, assomiglia tragicamente e ben più subdolamente.

Non facciamoci anestetizzare!

Leggi anche questo importante e interessante articolo di DeMagistris: “Il Presidente inadeguato

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Una lettera al Presidente Napolitano dalla rete

clack!bIl fatto che recentemente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato nottetempo il cosiddetto Decreto Salva-liste del PdL ha suscitato moltissima indignazione sia da parte di alcuni esponenti politici, giornalisti, scrittori e intellettuali, ma ancora di più da parte di una eccezionale moltitudine di cittadini comuni, del “Popolo Viola”, di Bloggers e di residenti la rete, su Facebook e ogni altro strumento e mezzo di libera espressione.
Ebbene, navigando in rete ho trovato una lunga lettera indirizzata al Presidente Giorgio Napolitano che mi sento di pubblicare qui per intero, previa autorizzazione dell'autore.

Si tratta della lettera di Matteo Pascoletti:



Illustre Presidente,
Dopo la sua decisione di firmare il decreto 'interpretativo', non posso che ritenermi irrimediabilmente deluso dalla sua persona. L’ultima cosa che mi rimane da fare, come cittadino, prima di dover accettare con dolore e con rabbia uno stato di cose che non può assolutamente rappresentare i miei ideali di Democrazia, Giustizia e Verità, uno stato di cose per cui persone che agiscono in palese violazione della Costituzione hanno creato un sistema di potere che sta progressivamente esautorando le istituzioni e gli organi di controllo, è farle delle semplici domande.
Innanzi tutto, chiamare quel decreto 'interpretativo' costituisce una presa in giro nei confronti del diritto, della Costituzione, della Repubblica, delle persone che sono morte perché l’Italia potesse diventare una Repubblica e delle persone che sono morte per evitare che cessasse di esserlo.
Lei ha avvalorato il comportamento di un gruppo di persone che, per rappresentare solo ed esclusivamente i propri interessi personali, ha utilizzato come scusa la parola libertà, commettendo un vero e proprio stupro della lingua, delle istituzioni e della storia di questo Paese. Uso il termine stupro per sottolineare la violenza di un simile atteggiamento, con cui si piegano il linguaggio e le regole con la violenza della mistificazione, della propaganda ideologica, dell’eliminazione mediatica dei nemici o dei personaggi scomodi e con forme di censura palesi e incontrovertibili.
Lei è davvero convinto, firmando il decreto, di aver agito nell’interesse del popolo italiano?

Berlusconi in Conferenza Stampa scaccia chi fa domande scomode

mercoledì 10 marzo 2010


Da Repubblica.it, RepubblicaTV, un video di SkyTg24

Conferenza Stampa autoritaria di Berlusconi nella quale consegna alla stampa la sua versione dei fatti accaduti in Tribunale quando Milione il Pasticcione non ha presentato in tempo le liste del PdL per il Lazio, che restano escluse dalle prossime elezioni Regionali.
Berlusconi, incalzato da un cittadino che gli pone domande "scomode", si inalbera ed evidentemente nervoso lo zittisce in malo modo e chiede che sia cacciato dalla sala rivolgendogli queste parole: “Gli individui come lei meriterebbero un trattamento ben diverso dalla cortesia che le sto usando”.
Il Ministro LaRussa obbedisce. Infatti gli si avvicina, lo strattona, ed esprime un atteggiamento da squadrista.
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Studia Figlia mia, sennò diventi Ministro!




 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Questa Signora è Mara Carfagna, Ministro della Repubblica Italiana per le "Pari Opportunità".

Ora, non siamo così bacchettoni da meravigliarci o da stigmatizzare che chi si è tanto profusa in foto e pose da calendario per il diletto di camionisti, meccanici, maschi perennemente arrapati e che considerano le donne come un buco da riempire non possa fare il Ministro.
D'altra parte è Ministro delle Pari Opportunità, no? E’ un eloquente segnale del Governo di cui fa parte.
Come dire: se è diventata Ministro lei potrebbe accadere a chiunque.
Una delle sue battaglie in qualità di Ministro è quella contro la considerazione della donna oggetto. E lei, infatti, è una specialista della materia.

Ma, almeno, possiamo chiedere quale requisito per essere Ministro della Repubblica un po', che so, di cultura generale? o almeno di conoscere una parte importante della storia dell'emancipazione femminile, visto che, appunto, è Ministro delle pari opportunità?
Ieri sera poco dopo le 23, sul canale 2 della Rai, è intervenuta alla trasmissione "Punto di Vista" offrendoci un esempio del suo.

Parlando della difficile situazione della donna in Italia, dei suoi spazi nel mondo della cultura, del lavoro, nella famiglia, nella società e di tutte queste belle cose, la Signora Ministro ha detto che le donne in Italia hanno conseguito il diritto al voto solo nel 1960 (sic!), che la Riforma del Diritto di Famiglia è del 1970 (strasic!) e che il delitto d'onore è stato abolito nel 1980 (gulp!).

Siate buoni, qualcuno le invii una copia del Calendario di Frate indovino, dove spesso ci sono riassunte alcune date importanti della Storia d'Italia, in modo che la Ministra per le Pari Opportunità legga che le donne votano dal 1946!
Che la Riforma del Diritto di Famiglia è del 1975, e che il delitto d'onore è stato abolito nel 1981.
Va bene, passi (ma nemmeno troppo) per le date ravvicinate del '70 e dell'80.
Ma che un Ministro della Repubblica, e delle Pari Opportunità per giunta!, vada in giro a farfugliare che le donne in Italia votano solo dal '60, anzichè dal 1946, mi sembra piuttosto grave.

E pensare che non è nemmeno la peggiore. Tra i nostri parlamentari c'è ancora chi crede che il Papa d'oggi si chiami Bonifacio VIII.
Ubi maior...

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CagAvatar

martedì 9 marzo 2010

Vogliamo dirlo apertamente e francamente che il film Avatar è una cagata pazzesca? Il Plot, cioè la storia e la sceneggiatura, è di una banalità sconcertante, aria fritta tra buoni sentimenti e pruriti di rivalsa da asilo infantile (o sarebbe meglio dire per bambini deficienti). La tanto celebrata ripresa in 3D (che poi, gli effetti 3D sono più che altro il palese risultato di una costosissima e gigantesca post-produzione) non ha sortito, davvero, in nulla di nuovo.
Qualcuno sarebbe in grado di dire che non sono effetti già visti e rivisti?
E, da ultimo, il battage pubblicitario reca la stucchevolezza di ogni film della Disney a Natale con tanto di merchandising e riproduzioni McDonaldiane, condite da miliardi di dollari di promozione.
Resta, alla fine di tutto, una vera e propria cagata pazzesca.
Un film brutto, noioso, stucchevole e urticante.
bleah!

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Federalismo? solo chiacchiere.

Questa storia del decreto Salva-liste è, come si è da subito presentata a chi abbia un poco di senno e altrettanto senso dello Stato, della Democrazia e attenzione e rispetto alla Costituzione, la solita buffonata all'italiana.
E, in questo povero Paese, le buffonate governative sono sempre condite di una quantità industriale di arroganza, protervia e autoritarismo prevaricatore dei diritti democratici e delle regole costituzionali.
E' di poche ore fa la decisione del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso presentato dal Pdl confermando l'esclusione delle liste del Premier Berlusconi in questa Regione. La motivazione, in via breve perchè il pronunciamento definitivo si avrà solo il 6 maggio a elezioni già avvenute, è di una semplicità folgorante: La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia. Lo Stato non può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione, non è applicabile nel Lazio.

Ora viene da chiedersi: di che Federalismo vanno cianciando gli esponenti di questa destra cialtrona e approssimativa se ritengono di far intervenire il Governo Centrale su questioni che la legge e la Costituzione assegnano alle Regioni stesse e sulle quali si danno proprie normative e leggi regionali? Può il Governo (e perchè?) entrare nel merito, con decreti innovativi o di "interpretazione autentica" che siano, di leggi e regolamenti che la Regione si è data da sè in osservanza e su mandato di regole Costituzionali?




Book Corner

lunedì 8 marzo 2010

Carlo Papini
Da vescovo di Roma a sovrano del mondo
Claudiana Editrice * 400 pp. + 32 pp. di illustrazioni, Euro 39,00
Storia del papato come monarchia assoluta.
La progressiva trasformazione della chiesa romana in impero assoluto.
La perdita di importanti caratteristiche dell'epoca post-apostolica.
I falsi e i documenti inventati e contraffatti che hanno condizionato il diritto e la storia della chiesa d'occidente.
L'eccezionale crescita di potere del pontefice romano – ultimo monarca assoluto d'Europa – è uno degli eventi più straordinari della storia delle istituzioni occidentali. Ma in che modo, e per quale ragione, il papa ha conquistato il potere assoluto nella chiesa d'Occidente? Con quali metodi, da semplice vescovo, a volte perseguitato dal potere imperiale, è diventato sovrano del mondo cristiano, talvolta persino in ambito politico? A che cosa ha poi dovuto rinunciare la chiesa d'Occidente ai fini di tale trasformazione? E quelle rinunce – si pensi ad esempio alla perdita dell'autonomia dei vari episcopati, della collegialità delle decisioni e della preminenza dei Sinodi – sono conformi all'eredità di Gesù? Ricorrendo alle fonti più accreditate, l'autore ripercorre alcuni momenti-chiave della storia che ha portato il papato ai livelli di potere del tardo Medioevo, livelli del resto non lontani, almeno sul piano spirituale, dagli attuali.
Per saperne di più:

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Presidente di chi?? Garante di che??

Egregio Presidente della Repubblica Italiana,
o di ciò che, purtroppo, ne rimane!
Desidero esprimere tutto il mio disappunto e il mio sconcerto, nonchè la mia più profonda indignazione, relativamente al fatto che Ella si è reso complice e discutibile attore di parte di un colpo di mano antidemocratico ed autoritario, con evidente disprezzo delle regole a cui tutti i cittadini perbene, invece, si sottopongono e si adeguano QUOTIDIANAMENTE.
Lei ha firmato un Decreto Legge "Ad Listam" che rimette in gioco, e riammette, le liste elettorali di una parte politica (guarda caso quella di Governo) che secondo le regole democratiche a cui tutte le altre si sono adeguate era stata esclusa non per vizi di forma o di sostanza, ma per palesi ed evidenti difformità rispetto alle regole stabilite per legge riguardo la materia.
Sono indignato e furioso. E mi domando con quale coscienza Lei, Presidente, si sente di rappresentare i cittadini di uno Stato nel quale le persone perbene rispettano le regole e la Legge quotidianamente.
E', questo, per quanto mi riguarda, l'ultimo atto di un uomo che non mi rappresenta più, e di uno Stato che non ha più nulla di democratico, che sfregia la Costituzione.
Lei, Signor Giorgio Napolitano, è il Presidente di chi? il Capo di quale Stato? il difensore di quale Costituzione? il rappresentante di quali Cittadini?
Mi vergogno profondamente di tutto questo.

Alcuni documenti di approfondimento e di opinione:
 

Book Corner

lunedì 1 marzo 2010

Giorgio Tourn - La predestinazione nella Bibbbia e nella Storia

Giorgio Tourn

La predestinazione nalla Bibbia e nella Storia

Claudiana editrice - pp. 226, 18 euro

 

Un saggio storico e teologico di estremo interesse, di lettura avvincente e affascinante. Un testo preciso e documentatissimo di storia e critica letteraria e di esposizione teologica. Un testo dai contenuti esposti con la solita chiarezza e semplicità da uno studioso e teologo brillante.

La predestinazione nella Bibbia; La predestinazione nella storia e nella teologia: Agostino e Pelagio, Erasmo e Lutero... ;

La dottrina della predestinazione, o elezione dell'essere umano da parte di Dio, ha suscitato accesi dibattiti in quanto coglie il problema fondamentale della fede: se di fronte all'assoluto, l'uomo sia un essere che decide e dispone, oppure una creatura che risponde.

Ossia, la salvezza si attua e realizza oppure si accetta come un dono?

Dalla quarta di copertina:

Nella storia della nostra civiltà pochi temi della teologia cristiana hanno suscitato dibattiti accesi e prolungati quanto quello della "predestinazione".

Questa dottrina coglie infatti il problema fondamentale della fede: l'uomo si colloca di fronte all'assoluto nella posizione di un essere che decide e dispone o di una creatura che risponde? La salvezza si realizza, si attua oppure si accetta come un dono?

Tourn conduce la sua analisi attraverso i testi biblici e la storia della teologia, con particolare riferimento ai teologi "predestinatari", e, con grande limpidezza di linguaggio, illustra il significato della dottrina della fede come dono della grazia nel quadro della riflessione moderna.

Approfondimenti:

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LA PREDESTINAZIONE PER GIOVANNI CALVINO

lunedì 8 febbraio 2010

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Occorre anzitutto premettere che per lungo tempo, e a torto, si è identificato Giovanni Calvino con la Dottrina della Predestinazione. Sebbene, infatti, questa dottrina si ritrova in misura costante nei sui scritti, essa costituisce solo una parte della teologia calviniana, anche in ragione della sua collocazione all’interno delle opere di Calvino, che è ben più articolata. Lo stesso errore, spesso strumentale, lo si commette quando si identifica il Calvinismo con Calvino, attribuendogli le distorsioni e gli eccessi tipici dell’ortodossia riformata.

Per delineare il pensiero di Calvino sulla Predestinazione si fa abitualmente ricorso all’Istituzione, nella versione del 1559, Libro III, capp. 21-24. Ma la troviamo altrettanto chiaramente delineata anche nel Catechismo (1537). Questa Dottrina non è nuova; già Agostino (ma non solo) la sviluppa in modo molto ampio. Le peculiarità della comprensione calviniana della Predestinazione sono principalmente due: la prima è di averla riconsiderata sotto la luce soteriologica riformata, ovvero della salvezza per sola fede mediante la grazia. La seconda è di averla legittimata secondo un’inoppugnabile base biblica. I suoi effetti saranno dirompenti per la Storia e la società moderna.

In sintesi è la dottrina secondo la quale Dio, nella sua prescienza e nell’eternità del tempo (dall’Inizio), ha esercitato la sua volontà assoluta eleggendo alcuni credenti e predestinandoli alla salvezza eterna e ad essere suoi figli ed eredi del Regno dei Cieli in base alla sua eterna elezione. Nulla può fare l’uomo, attraverso le opere o altro, per modificare la volontà assoluta di Dio da Lui esercitata predestinando alcuni alla salvezza ed altri alla morte. Calvino ci stimola, e ci dissuade, a non cercare le motivazioni di questa volontà/giustizia divina, e considera “morbosa” la curiosità di indagare quel mistero. L’uomo è troppo rozzo per comprenderlo. Quindi ognuno di noi è già predestinato ab initio da Dio, alla salvezza o alla morte. A differenza dell’aspetto salvifico dato da Tommaso D’Aquino alla predestinazione, Calvino attribuisce ad essa la giustizia divina che dona la grazia (non dimentichiamo la risposta di Calvino nella lettera a Sadoleto, nella quale affermava che compito dell’uomo non è ricercare la salvezza, ma onorare Dio). Segno della elezione è dunque la fede donata da Dio mediante la grazia. E in considerazione della fede acquisita, che è uno stato di “comunione mistica con Cristo” si ottengono gli effetti della Duplice Grazia: la Giustificazione di chi crede e il processo di imitazione di Cristo. Tutto questo non può che avere ricadute positive per il credente nella società, che si esplicano nella ortodossia cristiana e quindi nel successo (in sintesi!). Tuttavia, ne consegue la controversa dottrina della Doppia Predestinazione, secondo la quale Dio ha predestinato alcuni alla salvezza, ed ha predestinato altri alla morte.

GLI ELEMENTI CARATTERIZZANTI DELLA RIFORMA RADICALE

venerdì 29 gennaio 2010

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Per “Radicali” e “Riforma radicale”, termini coniati per distinguerli dalla Riforma Classica (Magisterial Reformation), s’intende un complesso e articolato mondo di idee e comunità che mossero la loro azione in condizioni intenzionalmente avulse dall’ordine costituito generalmente inteso e, per questo, perseguitati e spesso violentemente attaccati (e uccisi anche in forme crudeli e di massa), anche da parte degli esponenti della Riforma classica. Di ciò, peraltro, i radicali se ne fecero una sorta di vanto e una bandiera per affermare la loro ortodossia evangelica rispetto a chi, invece, dall’interno della società operava secondo processi, a loro dire, compromissori e mistificanti. E’ il caso di evidenziare, tuttavia, che anche da parte di alcuni radicali l’azione delle loro rivendicazioni fu tutt’altro che pacifica.

Le basi riformatrici coincidevano, e non è il caso qui di riassumerle. Ma essi, appunto, radicalizzarono le loro posizioni verso approdi che non è inappropriato definire anarchici. Gli elementi caratterizzanti di questa distinzione furono infatti la totale separazione tra ordine civile e ordine religioso, e l’assoluta negazione dell’ingerenza reciproca, nonchè la richiesta di un’aderenza vincolante all’insegnamento evangelico, senza compromessi o reinterpretazioni di sorta, attraverso l’unione in spirito con Cristo.

Esponente, tra gli altri, di questo radicalismo intransigente, fu Muntzer, che predicò una vera e propria “rivoluzione dell’uomo comune”, ovvero dal basso, attraverso scritti che esaltavano la rivolta del popolo, unico elemento della società che a buon diritto poteva reggerla e dominarla con il consenso di Dio, e che si concretizzò in scontri sanguinosi.

Tra i movimenti radicali emerge principalmente quello Anabattista, che metteva fortemente in discussione la svolta costantiniana della Chiesa. Da quando cioè la Chiesa, nel IV sec., si fuse con l’impero fino ad assumerne le sembianze ed a occuparne il trono, trasformandosi in altro da sé e corrompendosi definitivamente con e nel mondo. Da queste premesse di carattere, se vogliamo, politico-sociale, ne derivarono una serie di distinzioni e particolarismi dottrinali e teologici (uno fra tutti, il pedobattesimo).

LA PRESENZA DI CRISTO NELLA CENA SECONDO ZWINGLI

lunedì 11 gennaio 2010

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La pneumatologia zwingliana ha, evidentemente, effetti caratteristici (e dirompenti) anche sul tema controverso della presenza di Cristo negli elementi della Cena.

Zwingli rifiuta come gli altri Riformatori la dottrina della transustanziazione, che definisce come l’espressione di un’idolatria che si spinge fino alla magia e alla superstizione pagana più becera. Tuttavia non accetta nemmeno la consustanziazione luterana, negando la presenza materiale e reale di Cristo negli elementi. Egli parte dalla riflessione secondo la quale alle parole di Cristo “questo E’ il mio corpo”, attribuisce al verbo “est” non l’essere presente realmente, bensì il valore di “significa”, ovvero un valore simbolico, spirituale. Non dobbiamo semplicisticamente attribuire a Zwingli questa conclusione in ragione di una sua speculazione tutta personale, perché non va dimenticata la sua formazione umanistica e filologica dalle cui basi prende spunto per interpretare le Scritture (ad fontes!). Perciò la sua conclusione non ha un mero significato letterario, filosofico e apologetico nella sua pneumatologia, ma ha fondamenti filologici e teologici precisi. Sono molti gli scritti in cui Zwingli espone la sua posizione in merito alla cena, anche perché la polemica sulla qualità della cena esplose in forme aspre e vide l’intervento in scritti di attacchi e risposte da parte di Lutero, Carlostadio e molti altri teologi intervenuti nella querelle.

Ma è nel Commentario sulla vera e falsa religione (1525) che Zwingli espone con precisa chiarezza e sistematicità il suo pensiero. In realtà Zwingli non nega una presenza reale di Cristo nella Cena; la sua presenza non è però nel pane e nel vino bensì nell’anàmnesi (nel ricordo), cioè nell’atto compiuto dalla comunità nella forza dello Spirito e in obbedienza alla parola ricevuta. Insomma, è una Presenza Anamnetica. Reale, in spirito, ma non negli elementi, che restano “molecolarmente” immutati, bensì nel segno sacramentale costituito dall’atto di obbedienza della comunità nel ricordare, e ripetere, quanto insegnato e richiesto da Cristo ai fini della salvezza. Attraverso l’atto della comunità il soffio (lo Spirito) divino è presente in tutta la sua realtà.

LA FUNZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLA CONCEZIONE DI ZWINGLI

giovedì 31 dicembre 2009

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Lo Spirito Santo nella teologia di Zwingli riveste carattere e significato primario, inglobante e conglobante, tanto che si può parlare di lui come del “Teologo dello Spirito Santo” e per la sua teologia di “Panenteismo Pneumatico” (il Panenteismo, termine coniato da Krause, 1828, è un’alternativa al panteismo spinoziano secondo cui Dio si identifica con la natura sino ad esserne una cosa sola, e al teismo secondo cui Dio è assolutamente trascendente dal mondo).

Non si tratta di “mero” spiritualismo, poiché Zwingli non cambia nulla rispetto alle basi della teologia cristiana, della trinità, dell’incarnazione di Cristo e del Kerygma evangelico. Semplicemente, vorremmo dire, Zwingli individua nello Spirito Santo la “forma preferenziale” attraverso cui Dio si esprime verso di noi e verso il mondo o, almeno, come noi riusciamo “facilmente” a comprenderlo e ad esserne coinvolti. Lo Spirito Santo è ad un tempo segno, indicatore e chiave di Dio, attraverso la quale noi lo comprendiamo ed Egli sceglie di presentarsi, senza per questo assegnare un ruolo subordinato alle altre forme della volontà divina. E’ Zwingli stesso ad affermare in un suo sermone che “Lo Spirito o Soffio divino circola ovunque, indaga ogni cosa e quindi ritorna nel suo cerchio”. Ogni cosa è ripiena di Dio, ovvero di Spirito Santo, e viceversa. Lo Spirito è una realtà multidimensionale e Zwingli assegna preferenzialmente all’incipit Giovanneo il significato di “nel principio era lo Spirito, e lo Spirito era presso Dio, e lo Spirito era Dio”. La formazione umanistica e antimaterialista di Zwingli è evidente, ma il suo è un umanesimo biblico cristiano e non di matrice umanistico-rinascimentale. Il pensiero zwingliano si spinge fino a ribaltare la consequenzialità luterana Parola-Fede-Spirito e ci consegna la scala Spirito-Fede-Parola, poiché è lo Spirito e non la Parola che crea la fede. La fede è “muta” e solo in un secondo tempo si articola in linguaggio, in principio c’è lo Spirito (che soffia, da sempre, anche là dove la Parola non ha ancora parlato). In certo senso (spero di non scrivere una stupidaggine!!) Zwingli de-antripizza Dio (ma non come Spinoza), per sottrarlo al nostro giudizio, riconoscendo nelle altre forme di Dio, e in special modo l’incarnazione, una “azione”, un’iniziativa, un’impresa di Dio stesso. Una azione attraverso la quale Egli presenta se stesso come è: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella definizione di Zwingli lo Spirito Santo è “la terza persona divina, è lo spirito del Padre e del Figlio, anzi è il vincolo tra uno e l’altro”.

IL “SACERDOZIO UNIVERSALE”

mercoledì 25 novembre 2009

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L’altro scritto “occasionale” di Lutero è Alla Nobiltà Cristiana della Nazione Tedesca, dell’agosto 1520. Con questo “Appello” Lutero intese, da un lato, abbattere le “tre muraglie di carta e di paglia” che la Chiesa di Roma aveva eretto tra sé i fedeli al fine di costruire e consolidare il proprio potere, ed impedirne ogni riforma, e dall’altro, conseguente, chiamare a raccolta le coscienze cristiane (rappresentate principalmente dalle istituzioni nobili e laiche) per promuovere e realizzare quella Riforma della Chiesa che diversamente non si riusciva ad ottenere, a causa delle “tre muraglie”, appunto.

La prima di queste muraglie di paglia e carta è il sacerdozio esclusivo del clero, la distinzione di natura tra chierici e laici, tra chi detiene il sacerdozio e chi ne è subordinato, tra la gerarchia dei “ministri” e i cristiani non “ordinati”. Una Chiesa divisa in due, insomma, come se ci fossero due specie di cristiani, due popoli anziché uno, con un “corpo di Cristo” (la Chiesa) diviso in due.

Lutero segnala il carattere abusivo e illegittimo di questa divisione, priva di fondanento scritturale, tra quelli che detengono il potere di predicare, insegnare, assolvere, governare, amministrare i sacramenti e i beni della Chiesa (il clero), e chi ne è subordinato (i laici).

Nella nota 27, p. 59, dello stupendo volume curato da Paolo Ricca, Alla Nobiltà Cristiana della Nazione Tedesca, (Lutero, Opere Scelte – Claudiana, 2008), Ricca scrive: “Non ci sono due categorie di cristiani, ma una sola. Con questa affermazione Lutero ribaltava una visione teologica più che millenaria e scardinava alla base l’intero edificio ecclesiastico medievale con la sua impalcatura gerarchica, alla quale Lutero toglieva ogni fondamento teologico. Implicitamente nasceva una nuova visione e una nuova forma (appunto una ri-forma) di Chiesa, costituita da un’unica categoria di cristiani, quella creata dal battesimo, che è per tutti una vera ordinazione sacerdotale [il Sacerdozio Universale ndr]. […]La dottrina del Sacerdozio Universale dei credenti era già stata evocata in una lettera di Lutero a Spalatino: <Inoltre mi incalza l’apostolo Pietro dicendo […] che siamo tutti sacerdoti, e la stessa cosa dice Giovanni nell’Apocalisse; cosicché questo genere di sacerdozio, che è il nostro, non sembra differire affatto dai laici, se non per il ministero, con il quale si amministrano i sacramenti e la Parola. Tutto il resto è uguale.>

I SACRAMENTI NEL PENSIERO E NELL’OPERA DI MARTIN LUTERO

lunedì 7 settembre 2009

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Sebbene Lutero ritorni spesso, nei suoi numerosi scritti e sermoni, sul tema dei sacramenti, mi piace affrontare la questione partendo dal De Captivitate Babylonica Eccclesiae, in cui Lutero espone una sorta di “manifesto teologico”, con toni accesi, polemici e determinati, in contrapposizione al fatto che essi “[…] ci sono stati miserabilmente sottratti dalla Curia di Roma, la quale ha spogliato la Chiesa di tutta la sua libertà […]” (per la traduzione uso il testo di Italo Pin, Studio Tesi, 1984, per quanto la presentazione di Sergio Quinzio contenga dei grossolani errori).

In questo scritto occasionale dell’ottobre 1520, Lutero affronta il tema dei Sacramenti con mirabile discorsività ed eccellente aderenza alle scritture. Tale discorsività si esplica nel fatto che inizialmente e in via di riserva sugli sviluppi successivi del suo argomentare egli scriva: “per cominciare, rifiuto i sette sacramenti, e, per il momento, ne accetto solo tre: battesimo, penitenza ed eucarestia […] per quanto, se volessi parlare sulla base della Scrittura, troverei soltanto un Sacramento e tre segni sacramentali… […].

Dopo una lunga, e interessante, analisi dei sacramenti imposti dalla Chiesa di Roma, demolendo di volta in volta le basi su cui essi si appoggerebbero, o affermandone in due casi il fondamento scritturale, Lutero nelle ultime pagine giunge alla conclusione: […]”Ne consegue che, se vogliamo esprimerci rigorosamente, nella Chiesa ci sono soltanto due sacramenti di Dio, il battesimo e l’eucarestia, poiché solo in questi vediamo che è stato istituito da Dio un segno associato alla Promessa della remissione dei peccati” […].

Partendo da Agostino e basandosi sulle Scritture, è nel Battesimo e nella Cena che Lutero individua i segni visibili della promessa. E’ con essi che Dio esprime le parole di salvezza, che operano nell’uomo mediante la fede.

Se, successivamente, per quanto concerne il Battesimo si innescherà il dibattito, e il conflitto, degli e con gli Anabattisti sul pedobattesimo, è nella qualità della “presenza” di Cristo negli elementi del pane e del vino che ci sarà un confronto, e una rottura, con Zwingli e Calvino.

Per il luteranesimo delle origini, per l’ortodossia luterana e ancora oggi nel luteranesimo contemporaneo, la qualità della “presenza” di Cristo negli elementi è consustanziale (ma senza accettare la transustanziazione), ovvero vi è (est!) presenza reale e simultanea del pane e del corpo di Cristo. Alla domanda: Come avviene questo? Lutero risponde: Dio lo sa, questo basta.

E’ evidente l’inconciliabilità con la presenza “anamnetica” di Zwingli e con il “compromesso” tra le due posizioni operato da Calvino.