LA “PRIMA RIFORMA” – Jan Hus (1371-1415) e il Movimento Boemo
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Chi conosce Carlo Papini, già Direttore della casa editrice Claudiana e storico attento, apprezzerà come anche nella sua straordinaria introduzione al bellissimo libro di Amedeo Molnar “Jan Hus, Testimone della Verità” (1973-2004), sia presente la sua opera di “biologo molecolare della ricostruzione storico-bibliografica” (la definizione è di chi scrive). Per quanto la bibliografia internazionale su Hus e l’Hussitismo sia ormai ampia, sembra tuttavia che il filo rosso sia costituito dal fondamentale lavoro di Molnar, che rende giustizia con originalità e scientificità storica all’importanza di Jan Hus nel contesto della Storia della Riforma. Molnar assegna a Hus il rilevante ruolo che gli spetta e definisce i criteri secondo i quali, nella giusta prospettiva, per il pensiero e l’azione di Hus, e del movimento boemo, si può parlare di “Prima Riforma”.
Mi si consenta, almeno per questo articolo, di utilizzare esclusivamente citazioni, che faccio mie, dal testo di Molnar: <<Di solito sia Hus che la rivoluzione Hussita e le sue conseguenze […] sono ricondotti sotto il titolo di “Preriforma”. Questo errore di prospettiva trae origine dalla metodologia dei vari studi storici, che a sua volta influenza le varie definizioni proposte di Riforma. E’ comprensibile che lo storico rivolga la sua attenzione più all’originalità del pensiero che alla funzione sociale della personalità ch’egli esamina […] Con questi criteri [però] Hus fu oggetto per lungo tempo di studi comparativi di carattere filosofi-teologico in cui la sua originalità scompariva accanto al pensiero di Wyclif […] Per questo motivo Hus fu sempre relegato in secondo piano rispetto ai riformatori cinquecenteschi […] La tesi che considera invece la rivoluzione hussita come un vertice della fase iniziale della gestazione da cui nacque il capitalismo e che vede il culmine della seconda fase della Riforma e nelle guerre dei contadini del XVI secolo, stabilisce fra la dottrina hussita e la Riforma classica […] una analogia logica resa possibile dallo sviluppo della situazione politico sociale. Il pensiero del movimento hussita appare così una prima fase della Riforma, indipendentemente dal fatto che i teologi della seconda fase ne fossero o meno consapevoli. […] Non è necessario pensare che Hus debba avere inventato l’idea di Riforma perché di fatto essa esisteva già nel pensiero di molti fin dal tempo [della crisi della chiesa derivante dal Grande Scisma ndr]. […] Per Prima Riforma intendiamo quell’ampia corrente di tentativi innovatori che dal XII secolo in poi, si andò sviluppando sia all’interno della chiesa organizzata, sia in opposizione ad essa. Questa corrente si proponeva di riformare la chiesa sia al vertice che alla base […] Hus si trova ad assumere una posizione centrale nel quadro di quella che qui chiamiamo Prima Riforma, perché questa, abbandonando il proprio primitivismo originario, accettò da Hus una teologia ormai giunta a maturazione, grazie alla quale i principi rivoluzionari di Wyclif poterono affermarsi e svilupparsi in Boemia sul piano sociale>>.
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Sacchetti di plastica per la spesa addio??
In Italia l’eliminazione dei sacchetti di plastica per la spesa la “minacciano” da diversi anni ormai.
L’ultima scade tra pochi mesi, poi, dicono, non si potranno usare più.
Il tutto a spese del contribuente, che dovrà pagare di più per i sacchetti ecocompatibili.
Il che sarebbe anche accettabile.
Se non fosse che poi, però, la gestione dei rifiuti e delle discariche è in mano alle mafie, alle “cricche” ed agli imprenditori-speculatori che s’improvvisano su quel mercato multimiliardario senza nessuna competenza, e quindi senza efficienza e buoni risultati.
Così nasce una bella spesa in più per il contribuente, senza che l’ambiente ne abbia alcun giovamento e, dato che la corruzione intacca direttamente le nostre tasche, oltre al danno anche la beffa.
Pare che alle nostre frontiere ci sia scritto: “Benvenuti in Italia”.
Ma anche “Arrivederci”. Forse.
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Lettera al Presidente Fini
Egregio Presidente Fini,
in questo momento (piuttosto lungo, per la verità) molto delicato e preoccupante per le condizioni economiche e sociali, e dello stato della democrazia, in cui versa il nostro irrequieto Paese, mi sento, per la prima volta in vita mia, di rivolgermi direttamente a Lei in qualità di Presidente della Camera e referente di spicco della classe dirigente italiana.
Io, per cultura e formazione, mi sento di appartenere politicamente all'area socialdemocratica e non Le nascondo che negli ultimi 18 anni ho vissuto con grande sofferenza le scelte del Governo di Centrodestra (come del resto quelle di una sinistra poco o per nulla rappresentativa dei propri elettori).
Tuttavia desidero esprimerLe la mia stima, e la mia fiducia, maturate dall'osservazione del Suo percorso politico e della Sua guida istituzionale, di grande rilievo e rispettose delle Istituzioni democratiche, dello Stato di Diritto e che non suscitano imbarazzi nè per lo Stato sociale nè alle libere coscienze.
La questione della casa a Montecarlo, per quanto richieda un chiarimento che la liberi dagli imbarazzi, è, a mio parere, un fatto privato di una Associazione privata (An). Questione che La coinvolge, certo, ma che è evidentemente strumentalizzata e sovradimensionata, oltre che distorta, per meschini scopi politici.
Stia sereno, dunque.
Il Paese saprà restituirLe attraverso la propria fiducia e la propria stima tutto il rispetto che Lei ha sempre avuto per il Paese stesso e le sue istituzioni democratiche e civili.
Cordialmente,
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La Ministra Gelmini propone Laurea Honoris Causa per Umberto Bossi
Sui quotidiani leggiamo che la Ministra Gelmini ha proposto al Senato Accademico di Varese il conferimento di una laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione a Umberto Bossi. Qualunque altra laurea sarebbe stata impossibile (già!); d’altra parte il titolo di dottore/ssa in scienza della comunicazione, in questo paese dove vige la videocrazia, potrebbe essere proposta per qualunque giullare o mignotta che appare in televisione.
La Ministra ha subito giustificato ai media la sua brillante, ed urgente, proposta con questa affermazione di alto spessore culturale: “Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Umberto Bossi che è parte della storia di questo paese, a ricevere una laurea honoris causa”
Sui quotidiani, su cui scrivono peraltro grandiosi genii da meritare la stessa laurea e per le stesse motivazioni, già si accapigliano nel ricordare come Umberto Bossi in passato abbia più volte in società, con gli amici e in famiglia, millantato di possedere una laurea in medicina e fingendo di recarsi in ospedale, con tanto di valigetta medica regalatagli dalla prima moglie, per esercitare la pratica. Come sempre questi grandiosi genii c’entrano il problema!
Ma a parte questo, su La Repubblica Francesco Merlo risponde così alla velleitaria ministra: “il ministro Gelmini mette le mani avanti. Prima ancora di spiegare si difende: caso classico di excusatio non petita, questa dichiarazione è un evidente segno di cattiva coscienza”.
E Leoluca orlando rincara la dose: “Dal ministro Gelmini che ha fatto a pezzi la scuola e l’università, tagliando fondi e risorse, arriva l’ennesimo insulto alla cultura e al Paese”.
Da parte nostra possiamo concludere che la questione della millantata laurea in medicina è del tutto avulsa da quella nuova, e dato il pulpito per nulla sorprendente, della proposta di laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione a Umberto Bossi.
Il degrado morale e criminale della classe dirigente italiana ora fa il paio con il conclamato disprezzo per la cultura, di cui sono forieri.
Direi che tutto è coerente. Ed anche, ma sia pure solo per questo, il popolo italiano dovrebbe finalmente svegliarsi da un torpore di secoli e che negli ultimi anni ha raggiunto livelli comici, farseschi, se non fossero terribilmente drammatici.
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E CHISSENEFREGAAAAA????????
Sembra che, udite udite, questa ragazzina, Lady GaGa, famosa per la sua inconsistenza, abbia fatto un tuffo dal palco addosso a una massa di deficienti, al festival Loolapalooza a Chicago.
La notizia, è riportata persino dal Corriere della Sera, che evidentemente non ha un cazzo di meglio da pubblicare.
No, dico, E CHISSENEFREGA(GA)????
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Piove e il gatto è fuori :-(
Oggi piove. A dirotto, si dice.
E’ la prima vera giornata autunnale di quest’anno.
Tutto è grigio, umido, quasi triste. Uggioso, si dice.
Anche se uggioso non è il termine giusto, poichè la pioggia vien giù a catinelle, si dice.
La mia gattina, Agata, è fuori per la pipì del mattino già dalle 6, e non è ancora tornata. Si starà certamente riparando in qualche anfratto, sotto qualche automobile, o nell’androne di qualche scala, o chissà.
Sono in attesa del suo ritorno, e la giornata sarà meravigliosa.
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Come il National Geographic :-))
Avete presente quella famosissima foto di copertina del National Geographic del giugno 1985? Si, quella con la ragazza Afghana dagli occhi verde smeraldo e la pupilla a spillo…
Beh, questa foto non sarà così famosa, anzi non lo è affatto. Ed è la prima volta che viene pubblicata, perchè l’ho scattata io ed ho ovviamente l’esclusiva :-)
L’ho fatta in Tunisia, in un piccolissimo villaggio del Sahel nel settembre 2009.
A me sembra molto suggestiva.
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IL CONCILIARISMO
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Il Conciliarismo è una dottrina che si consolidò nei sec. XIV e XV, ed ebbe ampia diffusione ma anche importanti effetti nei tempi successivi, secondo la quale il Concilio ecumenico ha autorità superiore al Papa (Concilio di Costanza, 1415, quando fu arso al rogo Hus, e che vide l’assenza del Papa, fuggito per il pericolo di essere catturato). Il decreto Haec Sancta uscito da Costanza sancisce che nella Chiesa il potere deriva direttamente da Cristo e che la Chiesa è “l’insieme dei credenti”, contro il concetto che si era imposto secondo cui la Chiesa si identificava col Papa. Secondo i conciliaristi la convocazione del Concilio non è esclusiva del pontefice e può legittimamente deliberare in fatto di dottrina, teologia e materie politico-sociali, in autorità sopraordinata a quella rivendicata dal Papa e può persino, all’occorrenza, sottoporre il Pontefice a giudizio, anche di eresia (come fu chiesto per Bonifacio VIII). Il Dictatus papae di Gregorio VII del 1075 (la cui lettura mi ha sconvolto, mi si consenta … ), il consolidamento del potere del Principato pontificio e dei suoi effetti nel periodo avignonese ed oltre, la centralizzazione e l’esclusiva delle nomine di posti e ruoli sia ecclesiali che politici nelle mani del Pontefice e con effetti capillari in Europa, avevano creato un disequilibrio nel quale nessuna delle Istituzioni esistenti era in grado di fungere da contrappeso.
Si rendeva pertanto necessario, almeno attraverso l’unico strumento che sembrava legittimato a farlo, il Concilio, riequilibrare e frenare questa arbitrarietà assoluta e incontrollabile. Tuttavia, nei fatti, a seguito del Grande Scisma, dell’insofferenza diffusa da parte di Stati, principati e Signorie, della fiscalità da rapina imposta dalla Chiesa, il Papato si trovò nella necessità di rispondere in maniera adeguata al Conciliarismo che avrebbe creato pericolosi precedenti e avrebbe minato un potere così faticosamente acquisito e rivendicato, per quanto già terribilmente diminuito. Il Papato rispose a questi attacchi attraverso una capillare e strategica opera diplomatica, fatta di accordi e compromessi da un lato, e con la convocazione di Concili che all’apparenza erano “riformatori” e di blande concessioni (Concilio Lateranense 1512) ma che in sostanza ribadivano che spetta solo al Papa convocare, trasferire e sciogliere il Concilio. Dopo lunghe vicende storiche la “chiusa” si ebbe soltanto nel Concilio Vaticano I (1870) in cui si sancì il dogma dell’infallibilità del Papa.
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L’ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA IDEATA DA GIOVANNI CALVINO
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Con le Ordonnances ecclesiastiques del 1541, a Ginevra Calvino pose le basi della nuova struttura della Chiesa da lui ideata. Come abbiamo già detto in altra risposta, il suo soggiorno a Strasburgo gli suggerì un ordinamento in quattro ministeri: Pastori (radunati nella Venerabile compagnia dei pastori), Dottori, Diaconi e Anziani. Che corrispondevano ai quattro ambiti della predicazione, dell’insegnamento, della disciplina e dell’assistenza. Era questo un ordinamento non gerarchico, ovvero nessun ministero o ambito era subordinato all’autorità dell’altro, e ad ognuno di essi era assegnato un compito preciso nella Chiesa e nella società. Della prima sono responsabili i ministri della parola o Pastori; l’insegnamento è affidato a maestri e teologi; i presbitèri, o anziani, esercitano il ministero della disciplina, della conduzione pratica; e i diaconi curano l’assistenza in tutte le sue forme: l’assistenza ai poveri, alle vedove, ai malati, agli orfani ecc.
Calvino crea e introduce (attenzione, come abbiamo detto in altra risposta tutte le innovazioni, riforme e strutture sono sempre discusse, approvate o respinte dal Consiglio cittadino in organo di collegialità), un organismo tutto nuovo: il Concistoro, composto da pastori e membri laici scelti nel Consiglio cittadino. Il Concistoro era l’organo ecclesiastico propriamente inteso, ed aveva il compito di attendere alla disciplina ecclesiastica, all’ortodossia religiosa e al controllo rigoroso della moralità pubblica e dei fedeli. Il fatto, particolare, che nel Concistoro i membri laici erano in numero superiore rispetto a quello dei pastori, impediva il formarsi di una casta sacerdotale. I maggiori organi collegiali della società ginevrina erano dunque il Gran Consiglio, il Piccolo Consiglio e il Concistoro. E’ evidente che per la struttura di queste istituzioni e per la loro conformazione si evitava da un lato che la Chiesa avesse una sua collocazione autoritaria superiore alla generale collegialità cittadina, da cui la Riforma intendeva rifuggire, ma dall’altro se ne minava e minacciava l’autonomia.
La lotta per l’autonomia della chiesa rispetto al potere civile fu infatti per lungo tempo dura e aspra da parte di Calvino, che la rivendicò con forza rispetto al potere dei magistrati del Consiglio e dei partiti a lui avversi e i cui membri furono presenti in maggioranza all’interno dei due organismi principali cittadini, compreso il Concistoro. Solo nel 1555, quando dalle elezioni uscì vittorioso il partito favorevole a Calvino, egli potè operare con una serenità maggiore e in clima a lui (e alle sue riforme) più benevolo. Mi piace ricordare che fino ad allora Calvino dovette sottoporre all’autorizzazione dei Magistrati persino la pubblicazione delle sue opere e che capitò che gli impedissero di intervenire in dispute scritte con teologici di altre città per non incrinare i delicati equilibri politici tra stati e città.
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“Controcorrente” di Montanelli
Ferrovie Italiane, disastro immutabile
<<Con l’inizio dell’anno scolastico, le ferrovie austriache hanno lanciato l’operazione il libro in treno. Si tratta di biblioteche circolanti, messe gratuitamente a disposizione dei pendolari, i quali restituiscono i volumi a viaggio ultimato.
Ci auguriamo che questa novità venga presto introdotta anche in Italia: dati i ritardi dei nostri convogli, il viaggiatore, nel frattempo, troverà il modo di laurearsi.>>
Indro Montanelli – Il Giornale, 14 settembre 1981
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Una campagna elettorale tra bande, un risultato all’italiana
Domenica e lunedì scorsi 41 milioni di italiani hanno votato per le elezioni amministrative regionali e comunali, per 13 regioni e 460 comuni. E sarebbe stata una bella festa, se non fosse che viviamo in un Paese senza memoria, senza dignità civica e dalla congenita pigrizia democratica (che rasenta l’ignavia).
Son stufo. Sfiancato, stomacato.
Abbiamo subìto una campagna elettorale tra bande. Si sono contesi con le unghie e i coltelli quello spazio di potere infingardo e prevaricatore che assegna loro un posto privilegiato al di là del vetro. E noi di qua, reali solo nelle statistiche, tessere del puzzle della massa, una voce sola ma senza suono, senza individualità, bisogni, necessità, responsabilità, diritti e doveri. Siamo lo scenario, un arazzo sulla parete, la vasca da cui attingere e nella quale da domani si continuerà a riversare i rifiuti della partitocrazia e dell’assenza dello stato di diritto.
Ma in fondo, siamo sempre stati così noi italiani. Nulla di nuovo sotto il sole.
Siamo, in questa povera Italia, un residuo dell’europa barocca del XVII secolo.
E, pare, ci va tanto bene così.
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L’Italia dei Valori appoggia De Luca in Campania. Ecco perchè io NON voto IDV
Le mie motivazioni vengono spiegate bene qui, in questo articolo di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano, del 7 febbraio 2010.
E, come io stesso ho scritto ad Antonio Di Pietro e ai dirigenti dell’Italia dei Valori, compresi Luigi De Magistris e Sonia Alfano:
“Ho sentito al Congresso dell’IDV le giustificazioni di Di Pietro, ma sono comunque anzitutto insufficienti, ma soprattutto inaccettabili. Se si giustifica questo, così, allora si può giustificare tutto il resto. Anche gli altri giustificano a loro modo le loro scelte per me inaccettabili. E quindi dov’è il limite? Io credo che bisogna essere coerenti, coraggiosi e determinati al cambiamento senza annacquamenti con opportunismi di sorta. Si deve stare o di qua o di là il limite della legalità, della moralità politica e al di sopra di ogni dubbio di credibilità”.
Vincenzo De Luca, candidato Presidente alla Regione Campania
Ecco l’articolo di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano, del 7 febbraio 2010.
<<Inutile nascondersi dietro un dito. L’ovazione che ha salutato una vecchia volpe come Enzo De Luca al congresso dell’Idv rappresenta una sconfitta per Antonio Di Pietro e soprattutto per il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana. L’impegno strappato a De Luca di dimettersi, se fosse eletto governatore della Campania e poi condannato (in primo grado, sottintende Di Pietro; in Cassazione, cioè fra vent’anni, sottintende De Luca), non è che una foglia di fico. Soltanto le forme, in questa brutta storia, sono state rispettate: Di Pietro ha rimesso al congresso la decisione se appoggiare o meno il candidato impresentabile del Pd e il congresso ha deciso, addirittura per acclamazione, di sì. L’ex pm del resto era stretto nell’angolo dalle circostanze, che non gli lasciavano alternative: o rinunciare a presentare la lista in Campania, o associarsi al Pd cioè a De Luca. Candidati spendibili non ne ha trovati, anche perché ha cominciato a cercarli troppo tardi, quando ha scoperto che la minestra che passava il convento era ancor più indigesta di quanto mente umana potesse immaginare: un candidato due volte rinviato a giudizio per reati gravissimi (concussione, associazione per delinquere, falso e truffa) al posto di un altro, Bassolino, che di rinvii a giudizio ne ha solo uno.
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“Controcorrente” di Montanelli
Era il 1981: Fabrizio Cicchitto è già lì.
Nei corridoi del congresso del Psi, fra i tanti chiacchiericci che vi circolano, c’è anche questo: che Cicchitto, fino a ieri considerato una “promessa” del partito, e ora scaduto a scudiero di Mancini, che controlla il 2 per cento dei congressisti, avrebbe tentato sotto banco una manovra di accostamento a Craxi.
Sorpreso sul fatto e rimproverato da alcuni “compagni”, avrebbe risposto: “che volete, anch’io debbo vivere”. Francamente, non ne vediamo il perchè.
Indro Montanelli – Il Giornale, 26 aprile 1981
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USA: Storica Riforma Sanitaria, la svolta di Obama
(clicca sulle immagini per leggere sui giornali americani)
Oggi è una data storica.
Da sempre dicevamo, e sentivamo dire, e vedevamo nei film, e sui giornali e su tutti i media possibili, di quanto fosse drammatica la condizione dei moltissimi (milioni e milioni) americani che per ragioni economiche non potevano permettersi un’assicurazione sanitaria degna di un paese civile, avanzato, progredito e che avesse a cuore la salute, la vita, il benessere e la dignità dei suoi cittadini.
Una vera piaga sociale per l’America, dove l’assistenza sanitaria era totalmente privata e a carico dei singoli individui e delle rispettive famiglie, dove prima di essere curati o accolti in ospedale, anche se a seguito di gravi incidenti, ti guardavano in tasca per controllare il possesso dell’assicurazione sanitaria, e di che tipo. Cioè se potevi pagare le cure. Dove milioni di persone ammalate non erano in grado di curarsi, con tutte le drammatiche ricadute personali, familiari e sociali che questo comportava. In un Paese che nella propria Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, proclama che a tutti gli uomini vanno riconosciuti il diritto «alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità».
Ebbene, fino a ieri, negli Stati Uniti d’America era così. Da oggi non più, Obama ce l’ha fatta.
Oltretutto, fino ad oggi, il paradosso incredibile era che le compagnie assicurative rifiutavano la sottoscrizione della copertura sanitaria a chi era già malato. Non era conveniente ed anzi oneroso per le compagnie stesse. Oppure se all’improvviso ti ammalavi, addirittura te la toglievano e tanti saluti. Un paradosso unico e inaccettabile per un paese civile.
L’America ha approvato la grande, storica, riforma della sanità che assicura anche agli indigenti e a chi non può permettersi un’assicurazione sanitaria privata, l’assistenza medica dello Stato.
Il provvedimento estende l'assistenza medica a 32 milioni di cittadini.
La speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, ha dichiarato: “E' passata una legge di straordinaria portata, che dopo l'approvazione del Senato estenderà a 32 milioni di americani un'assistenza medica di cui erano finora sprovvisti”.
Una svolta epocale. Una riforma "storica", nella quale nessun presidente americano era finora riuscito.
La notizia in italiano su:
- Repubblica.it, e la scheda della riforma;
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